18 Febbraio 2013

NON SONO VENUTO A CHIAMARE I GIUSTI

PENULTIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

DELLA DIVINA CLEMENZA, –
ANNO  C

Dn 9, 15-19 ; 1 Tm 1, 12-17 ;Mc 2,
13-17

 

Gesù
cammina davanti al banco di Matteo, guarda, si ferma, chiama: Seguimi! Segui
me.
Due sole parole sospese nel vuoto. Riascoltiamole, perché sono rivolte
a ciascuno. E se sono peccatore, questo non è un ostacolo ma un titolo in più
perché il Signore si fermi accanto a me.

Dice mi Gesù: Seguimi! Se
ho seguito altre strade invece di Te che sei la via, se se mi sono affidato ai
calcoli dei vantaggi e alla logica, anziché al vangelo,  Kyrie eleison

Perché Gesù mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori? Per le tante volte in cui io ho giudicato ed
emarginato, separato anziché ascoltare ed accogliere, Kyrie eleison

Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori. Per me che presumo di essere a posto invece di
sentirmi malato e peccatore, bisognoso e invocante,  Kyrie eleison

 

OMELIA

Levi, un uomo, solo, seduto al banco delle imposte.

Uno
sguardo che incrocia il suo, e una parola sola: “Seguimi!” e Levi è
naufragato in quegli occhi e in quella parola.

Il centro della scena è, però, tutto di Cristo: “Segui
me!”
Due sole parole sciolte da tutto, sospese come in un vuoto da
vertigine e non c’è nessuna spiegazione prima, nessuna dopo, se non uno sguardo
del Signore: “Gesù passando vide”.

Lo sguardo di Gesù! Quante volte nel vangelo si fa
riferimento a questo sguardo: Gesù lo
guardò e lo amò, del giovane ricco; lo
guardò e fu mosso a pietà, del samaritano; lo vide da lontano e gli corse incontro, del padre della parabola, e gli gettava le braccia al collo e lo
baciava.

Negli occhi c’è qualcosa che li trascende, brillano di
un contenuto che li travolge: Gesù guarda e ama. Per lui guardare è amare.
Negli occhi di Gesù Levi vede di essere amato. E allora si fida, perché sente
che la sua vita è al sicuro, che il suo cuore è a casa accanto a Gesù.

Se Matteo avesse guardato solo a se stesso non si
sarebbe mosso, avrebbe detto: lascio
troppe cose, chi me lo fa fare, ne sarò capace?…  Ma chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.

Matteo alza gli occhi verso quel gorgo di sole che è
lo sguardo di Gesù, si alza e segue la luce. Gesù, una forza che fa alzare.
Gesù, una forza di nascite, che dà alla luce.

Levi si alza e nasce. E risale come controcorrente il
fiume delle cose umane, che da sempre va nella direzione del denaro. Risale
controcorrente la logica del mondo.

Segui me” dice il giovane Rabbi. Nessuno ha
detto “Io” come l’ha detto Lui, con questa forza, con questa pretesa,
con questa consapevolezza.

  E
non ci sono promesse, non ci sono ragionamenti, non motivazioni, eppure proprio
questa mancanza di ragioni indica la vera ragione del cristiano, il motivo
ultimo racchiuso in un pronome personale, in Gesù che dice: “Io” come
nessuno.

Poi
il racconto indica tre passi della conversione.

I passo. Non si dirigono
verso la Sinagoga per pregare, non si incamminano verso il tempio per fare
penitenza, ma verso la casa , verso la vita di tutti i giorni.

E in
quella casa che cosa accade? Nasce una festa, non un atto di penitenza. Dimenticato
il triste tavolo delle tasse ora è il tempo delle tavole imbandite!

E la casa si
riempie di volti,
dice il vangelo, la
vita di ogni cristiano dovrebbe riempirsi di relazioni, di volti, di persone,
di festa, per un banchetto, simbolo carissimo a Gesù: che indica il mondo come
Dio lo sogna, comunione di pane e di amicizia.

Il cristianesimo non è una storia di rinunce, ma una
storia di comunione crescente, una intensificazione di umanità. Infatti la casa
di Matteo si riempie di voci, di occhi, di vino, di pane, di rapporti amicali, e sono molti, si premura di dirmi il
Vangelo, per due volte.

La vera religione è questo: guarisce la vita, la
conforta, fornisce consistenza e profondità alle relazioni. Non è la
mortificazione che dà lode a Dio ma la vita piena, forte, vibrante,
appassionata. C’è come un incantamento nuovo sul mondo, un incantamento verso
le persone.

La vita aumentata, non la vita diminuita, canta le
lodi del Signore del cuore.

Allora
così mi viene da pregare: “Signore, donaci una fede che non perda mai il
senso della festa!”

II. Sono molti quelli che vengono. Levi non sequestra la Parola di Gesù, la mette
subito in circuito, la fa giungere fra i suoi amici, la fa entrare nelle sue
relazioni, nella tavola imbandita.

Gesù non domanda a quella gente la conversione. Per
prima cosa Egli offre comunione. Mangia con Matteo, con i peccatori, mangia con
me, ha offerto il boccone a Giuda che lo tradisce, ha dato il pane a Pietro che
lo rinnega, agli altri che lo abbandonano, lo dà a noi che non finiamo di
tradirlo, per assicurarci di una cosa: che la salvezza non sta nel mio
digiunare per Lui ma in Lui che mangia con me, in Lui che entra in me come
pane, alimento dei sogni e del corpo.

Lui
mi guarisce fermandosi a casa mia, la sua vicinanza è la medicina, da Lui esce
una energia, un flusso di vita che mi consegna strade, festa, comunione,
generosità, libertà. Gesù non è venuto a portare il perdono dei peccati. Ma
molto di più: è venuto a portare se stesso. E dandoci se stesso ci dà tutto.
Perdono dei peccati come colpo di spugna? Come amnistia? No, è invece
capovolgimento della vita, un venire alla luce, debolezza resa forza: tu mi hai reso forte, dice Paolo
(1Tim,1,12).

III
passo.
Perché sta a mensa con
pubblicani e peccatori?”
Accusa arrivata fino a noi. Perché stai insieme
con quelli che sono fuori dalla Chiesa e dalla Legge? Perché sei amico di gente
poco raccomandabile? E qui dovremmo avere l’audacia di rinnovare lo scandalo di
Gesù: essere noi tutti scandalosi, ma per l’accoglienza non per la durezza; per
la misericordia eccessiva, non per il giudizio; per l’abbraccio a tutti e non
per l’esclusione.

Dio
non si merita, si accoglie
. Vale per
gli sbandati, i pubblicani di oggi, gli ‘irregolari’, e vale per noi: se
pensiamo di meritarci la Comunione che poi faremo, siamo ancora seduti al banco
delle imposte, a ragionare in termini di dare e di avere, a ridurre l’amore di
Dio a un amore mercenario.

In
quel giorno nella casa di Levi forse qualcuno si convertirà, forse nessuno,
forse molti. Ma chi si convertirà, lo farà perché guardato e amato quando era
ancora peccatore; guardato e amato quando era ancora perduto, eppure Cristo gli
ha offerto pane, festa, amici, il suo contagio di luce.

  Gesù guarda me, il
peccatore che io sono, non per cancellare un lungo elenco di peccati, sarebbe
tanto ma anche poca cosa, ma di più per impadronirsi della mia debolezza
profonda. Cerca quella debolezza che è dentro di me, radicale, originaria, fontale
e fatale, che è a monte di tutti i miei peccati

E
lì vuole incarnarsi Lui, come lievito, come sole, come fuoco, spirito dentro la
creta, pace nella tempesta, primavera dentro gli inverni, forza di nascite.

Ciò che mi converte è
contemplare lo sguardo di colui che mi contempla, un Dio più grande del mio
cuore. Che fa grande la mia umanità.

Allora mi godo la festa di Levi che scopre la pienezza
della vita; di Levi a tavola con molti amici, tutti peccatori; di Levi che non
sequestra per sé la Parola di Gesù, ma vuol farla vibrare nelle relazioni. Così
hanno fatto i grandi discepoli del Vangelo, così sia anche per noi, piccoli,
eppure mai arresi discepoli di Vangelo!

 

PREGHIERA ALLA COMUNIONE

 

La tua voce, Signore, mi
ripete: “Seguimi”.

Se tardo a risponderti,
non andare via, Signore.

Se tardo ad aprirti non
stancarti di me.

Ti seguirò, Signore,
purché tu voglia allargarmi il cuore.

Ti seguirò, purché Tu
sia più forte delle mie paure.

Ti seguirò, Cristo che
sei nell’ultimo di tutti

 come nel tuo vero tabernacolo.

Cristo dei pubblicani e
degli uomini liberi,

 donami un cuore capace di condannare il
peccato

e di abbracciare il
peccatore,

che io sappia perdere
tempo con gli sbandati

anziché gratificarmi con
i devoti.

Donami uno sguardo
dolce,

perché chi ha lo sguardo
dolce sarà perdonato.

Donami di contemplare i
tuoi occhi che mi contemplano

con tutti i miei
problemi mi contempli, lo so, e mi ami.

I tuoi occhi sono la
sorgente, il pozzo dell’acqua viva

il ciglio dell’abisso:
che io mi senta amato.

Allora rinunciare per te

sarà uguale a fiorire. Amen