3 Novembre 2002

Santa Caterina invita alla santità

caterina picture

di Giampaolo Thorel


La caratteristica dei discorsi di Caterina da Siena sui Santi é che essi sono persone che hanno seguito Cristo crocefisso. La santa senese non si serve dell’espressione “imitazione di Cristo”, ma forse vuol dire una cosa simile. Questa imitazione per lei consiste nella “via delle dolci pene”, nella sofferenza: non perché il patire abbia valore in sé, ma perché é un modo privilegiato per far crescere e manifestare l’amore.

Secondo lei é innanzitutto per questo motivo che Cristo ha scelto la croce, e che addirittura é corso come un innamorato verso la sua morte. E quindi per essere uniti a Cristo, bisogna “innestarsi” sulla sua croce, essere “legati” a lui nell’amore come le membra al proprio capo percorrere il “ponte” che lui stesso ha creato con la sua vita di sofferenza.

Per santa Caterina, la sofferenza fa parte dell’esperienza terrena non soltanto per motivo delle malattie, delle fatiche apostoliche, delle delusioni, delle critiche, della persecuzione, e così via, ma anche nel senso che si patisce per un desiderio fortissimo non ancora soddisfatto.


Tale fame ha spinto i grandi mistici stigmatizzati a imitare Cristo nei segni della sua passione e crocifissione. Un amore unificante, come risposta all’amore di Cristo in croce che spirando ci ha dato il suo spirito: et emisit spiritum(Luca 23: 46).


Spesso si traduce l’ultimo atto di Gesù sulla croce come se egli avesse semplicemente emesso l’ultimo respiro. Ma in verità si tratta del suo spirito che egli ci dona, come preannuncio dello Spirito della Pentecoste.


I santi hanno desiderato ardentemente cercare la croce per esservi inchiodati con Cristo. E quest’ansiosa ricerca é stata fonte di sofferenza, per la distanza che li separava dall’adesione totale. Sentirsi imperfetti nell’amore é stata pur essa una forma di crocifissione. “Muero porque non muero”(muoio perché non muoio per potermi unire a Cristo) diceva Santa Teresa d’Avila.

Però come Cristo che in croce stava “beato e doloroso”, così il santo, durante la sua vita accetta le sofferenze con gioia perché sa che sono un mezzo di purificazione propria e altrui, e si fida della misericordia divina. Contemplare la croce in modo quasi distaccato ed estetico, significa non essere entrati in sintonia con il grande mistero dell’universo.

Portare la croce al collo, magari d’oro, senza provare l’emozione di partecipare alla crocifissione e alla sofferenza di Cristo che continua a soffrire nei sofferenti fino alla fine dei tempi, significa non aver capito il senso della morte di Gesù. Volerla imporre nei luoghi pubblici per contrastare l’Islam, se può essere giustificabile storicamente, non è parimenti giustificabile nella logica del crocefisso che vuole un amore libero e mai imposto. I santi sono diventati dei crocefissi viventi, sia come martiri che come testimoni dell’Amore. E’ l’unico modo di testimoniare l’amore per Cristo crocefisso e Risorto.

Varie volte Caterina risponde all’obiezione che imitare i Santi sia troppo difficile, perché mentre loro avevano grazie particolari, noi siamo meno dotati. Chi fa queste obiezioni, secondo lei, manca di buona volontà, ma prima di tuto si è dimenticato che i santi sono “come noi”, in tutto e per tutto.

Le lettere 183 e 354 ce lo spiegano. “Poi che l’anima ha veduto sé, e trovata la bontà di Dio, allora si dà per la via, e cioè per tutte quelle vie e modi che tenne il dolce Gesù, e li Santi che lo seguirono(). L’amore gli ha tolto il timore servile di paura; e va dietro alle pedate di coloro che seguitano Cristo: e vede e conosce che essi furono uomini nati come egli, pasciuti e nutricati come esso; e quella benignità e larghezza di Dio trova ora, che era allora”(Lettera 183 all’Arcivescovo di Otranto).

Altra lettera di Caterina� è rivolta a madonna Pentella, maritata in Napoli, serva di Cristo: “Se voi mi diceste: “Egli era vero figliolo di Dio, e però poteva portare; ma io son fragile, e non posso”; or ragguardate i Santi che l’hanno seguitato, i quali ebbero questa legge fragile, e che furono concepiti e nati come voi, e nutricati a uno medesimo modo e di quello medesimo cibo che noi; e nondimeno coll’aiuto divino tutti l’hanno seguitato realmente. Il quale adiutorio è così per noi come per loro. Sicché, volendolo, noi possiamo”.

Santa Caterina è ben certa che tutti possono diventare santi, perché a ciascuno di noi è stato concesso il mezzo per diventarlo. Non si nasce santi, ma lo si diventa.

Giampaolo Thorel

dal sito : http://www.santiebeati.it :

Santa Caterina da Siena Vergine e dottore della Chiesa, patrona d’Italia

29 aprile – Festa
Siena, 25 marzo 1347 – Roma, 29 aprile 1380

Entrata nelle Mantellate, condusse una vita di penitenza e di carità verso i condannati e gli infermi. Portata al misticismo, ricevette le stigmate. Entrò in contatto con grandi personalità tra le quali Gregorio XI che convinse a riportare la sede pontificia da Avignone a Roma e dal quale ottenne diverse concessioni a favore del proprio Ordine. Le sue opere più importanti ci offrono una sintesi dell’esperienza domenicana, agostiniana, francescana e mistica con cui entrò in contatto, ravvivata dalla sua mente illuminata dall’intima unione con Dio. Insieme a San Francesco d’Assisi è Patrona d’Italia.

Patronato:Italia, Europa (Giovanni Paolo II, 1/10/99)

Etimologia: Caterina = donna pura, dal greco

Emblema: Anello, Giglio

Lo si dice oggi come una scoperta: “Se è in crisi la giustizia, è in crisi lo Stato”. Ma lo diceva già nel Trecento una ragazza: “Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di grazia senza la santa giustizia”. Eccola, Caterina da Siena. Ultima dei 25 figli (con una gemella morta quasi subito) del rispettato tintore Jacopo Benincasa e di sua moglie Lapa Piacenti, figlia di un poeta. Caterina non va a scuola, non ha maestri.

Accasarla bene e presto, ecco il pensiero dei suoi, che secondo l’uso avviano discorsi di maritaggio quando lei è sui 12 anni. E lei dice di no, sempre, anche davanti alle rappresaglie. E la spunta. Del resto chiede solo una stanzetta che sarà la sua “cella” di terziaria domenicana (o Mantellata, per l’abito bianco e il mantello nero).

La stanzetta si fa cenacolo di artisti e di dotti, di religiosi, di processionisti, tutti più istruiti di lei. E tutti amabilmente pilotati da lei. Li chiameranno “Caterinati”. Lei impara faticosamente a leggere, e più tardi anche a scrivere, ma la maggior parte dei suoi messaggi è dettata. Con essi lei parla a papi e re, a cuoiai e generali, a donne di casa e a regine. Anche ai “prigioni di Siena”, cioè ai detenuti, che da lei non sentono una parola di biasimo per il male commesso. No, Caterina è quella della gioia e della fiducia: accosta le loro sofferenze a quelle di Gesù innocente e li vuole come lui: “Vedete come è dolcemente armato questo cavaliero!”.

Nel vitalissimo e drammatico Trecento, tra guerra e peste, l’Italia e Siena possono contare su Caterina, come ci contano i colpiti da tutte le sventure, e i condannati a morte: ad esempio, quel perugino, Nicolò di Tuldo, selvaggiamente disperato, che lei trasforma prima del supplizio: “Egli giunse come uno agnello mansueto, e vedendomi, cominciò a ridere; e volse ch’io gli facessi il segno della croce”.

Va ad Avignone, ambasciatrice dei fiorentini per una non riuscita missione di pace presso papa Gregorio XI. Ma dà al Pontefice la spinta per il ritorno a Roma, nel 1377. Parla chiaro ai vertici della Chiesa. A Pietro, cardinale di Ostia, scrive: “Vi dissi che desideravo vedervi uomo virile e non timoroso (…) e fate vedere al Santo Padre più la perdizione dell’anime che quella delle città; perocché Dio chiede l’anime più che le città”. C’è pure chi la cerca per ammazzarla, a Firenze, trovandola con un gruppo di amici. E lei precipitosamente si presenta: “Caterina sono io! Uccidi me, e lascia in pace loro!”.

Porge il collo, e quello va via sconfitto. Deve poi recarsi a Roma, chiamata da papa Urbano VI dopo la ribellione di una parte dei cardinali che dà inizio allo scisma di Occidente. Ma qui si ammala e muore, a soli 33 anni. Sarà canonizzata nel 1461 dal papa senese Pio II. Nel 1939 Pio XII la dichiarerà patrona d’Italia con Francesco d’Assisi. E nel 1970 avrà da Paolo VI il titolo di dottore della Chiesa.

Autore: Domenico Agasso