31 Ottobre 2009

DALLO STATO FETALE ALL’ALTRA DIMENSIONE

LO STATO FETALE

Un feto, straordinariamente, ricevette il dono della coscienza simile a quella di un adulto sin dai primi stadi della sua evoluzione intra-uterina.
Si toccava spesso le manine e si chiedeva a cosa servissero.
Pensava: “Probabilmente hanno il compito di esplorare l’ambiente in cui mi trovo” E così pensava delle gambine che dimenava continuamente nel liquido amniotico. Si girava e rigirava, ma si annoiava e si addormentava spesso.

Al risveglio giocherellando percepiva le dita della mano e si chiedeva perchè fossero proprio cinque per ogni mano. Cosa dovevano afferrare se l’ambiente da esplorare era così limitato?
Un giorno riuscì a portare un ditino in bocca. “Ecco, probabilmente servono a farmi divertire per placare il senso di noia che provo”.
Ma subito dopo si chiedeva che senso avessero la bocca e il naso: fori strani senza funzioni specifiche. Toccandosi il cordone ombelicale, dopo lunghi ragionamenti,  Intuiva che attraverso di esso passavano elementi particolari a lui sconosciuti e deduceva che servivano per mantenerlo in vita.  

Quando riusciva a sfiorare le palpebre chiuse degli occhi si chiedeva spesso che funzione avessero in quel buio totale. Percepiva anche suoni strani e rumori in lontananza che distingueva poco.

I giorni passavano e gli interrogativi erano sempre più pressanti.

Un giorno fu costretto ad uscire da quell’ambiente e si mise a gridare disperatamente: elementi estranei lo toccavano in tutte le parti, percepiva sensazioni sgradevoli di freddo e caldo, ma si rincuorava quando percepiva che qualcuno voleva aiutarlo a ripristinare almeno un po’ l’ambiente intra-uterino che era stato costretto a lasciare attraverso carezze e poppate. Non riusciva a capire perché il cordone ombelicale fosse stato reciso, ma si consolava con il cibo che la madre gli consentiva di trangugiare.

Col passare del tempo cominciò ad intuire la funzione della bocca, del naso e degli occhi: esisteva un ambiente molto più vasto e complesso di quello che aveva lasciato e che percepiva con grande meraviglia. Afferrando tutto ciò che gli capitava, riuscì a capire anche le funzioni delle manine e, durante i primi passi guidati, anche quello delle gambe. Pensava: “Se fossi stato ancora attaccato al cordone ombelicale, non avrei potuto esplorare questo mondo meraviglioso”

Divenuto più grande si rese sempre più conto delle ulteriori funzioni delle membra e degli organi che possedeva: poteva comunicare, socializzare ecc.
Ma interiormente non era ancora appagato. Si chiedeva perchè in lui c’era il desiderio di conoscere più a fondo il mondo che lo circondava e che vedeva come un utero molto più capiente, ma sempre limitato…

Desiderava la giustizia, l’equilibrio, la libertà…ma un’invisibile cordone ombelicale lo tratteneva alla madre terra finché un giorno si trovò forzatamente in un’altra dimensione: qui non si poneva più le domande di prima perché tutto era più chiaro.

Pier Angelo Piai