23 Agosto 2001

Bontà

Ma perché bisogna essere buoni anche se non rende?

Poniamoci una domanda cruciale. Perché dobbiamo essere buoni, giusti, generosi, entusiasti, perché dobbiamo amare il nostro prossimo, spenderci, prodigarci? Ne ricaviamo qualche vantaggio? Ne veniamo ripagati?

L’unica risposta onesta è no. Non è affatto detto che i meriti vengano premiati, che i migliori ottengano i riconoscimenti meritati. I generosi vengono sfruttati dagli egoisti, gli onesti vengono derubati dai ladri, i miti vengono messi a tacere dagli intolleranti.
Chi ha donato non riceve in cambio in modo proporzionale. Jenner, che ha eliminato il vaiolo del mondo, è morto amareggiato. A Lavoisier, il padre della chimica moderna, i rivoluzionari francesi hanno tagliato la testa. Semmelweis, che ha salvato le donne dalla morte puerperale, è stato spinto alla pazzia.

Cose del passato? Ma via! In politica viene ammirato chi è sprezzante, alla televisione chi diverte, nei dibattiti chi riesce ad imporsi. Quando arriva qualcuno molto bravo, i mediocri, per invidia, lo fanno a pezzi.
Quanto più lo ammirano nel loro intimo, tanto più lo denigrano. Sarà capitato anche voi, di esservi prodigati, di aver profuso nel nostro lavoro, tesori di intelligenza e di pazienza.

Poi, quando avete realizzato la cosa più bella, al posto di un riconoscimento avete ricevuto solo uno sguardo di disprezzo, una battuta ironica. E, dietro questa critica, avete sentito il rancore provocato proprio dal fatto che eravate stati bravi.

Ripetiamo la domanda. Perché dobbiamo essere buoni?
Ed è la stessa terribile la domanda che risuona nella Bibbia e nel Talmud.
Perché, si chiedevano gli ebrei, noi che siamo miti, che rispettiamo le leggi dello Stato e la Torah divina, siamo oppressi e perseguitati dai violenti? Perché i giusti soffrono e gli empi sono tranquilli? E trovavano la risposta nella fede religiosa. Dio, alla fine, ricompenserà i buoni e punirà i malvagi secondo giustizia.

Ma adesso che risposta diamo? Ogni epoca è costretta a ripetersi la stessa domanda e a trovare la sua risposta. Nella nostra epoca disincantata, che non crede nell’inferno e nel paradiso, dovremmo poter dimostrare con un ragionamento che conviene essere buoni, darne la dimostrazione scientifica. Ma non c’è proprio nessun calcolo dei costi-benefici che giustifichi di essere buoni. Non ci si guadagna nulla.
E allora perché si deve fare?

L’unica risposta è questa: per dono, perché vogliamo bene a qualcuno. Perché vogliamo far del bene a nostro figlio, ai nostri amici, alla nostra città, alla natura, a chi verrà.
Se non c’è questo «voler bene» originario, libero, immotivato, gratuito, questo dono che sorgen direttamente dalla nostra natura umana e dalla nostra libertà, non ci può essere nessuna moralità.

Il progresso umano avviene perché ogni uomo è capace di donare. Tutta la moralità del mondo non viene da un calcolo egoistico, ma da una energia primigenia che porta gli uomini a creare, a fare di più, a dare di più anziché prendere. Qualcuno può chiamarlo istinto, ma è un istinto con cui la natura si contrappone a se stessa, alle sue stesse leggi, alla pura lotta per l’esistenza, all’egoismo individuale, di gruppo. E’ un andare al di là, trascendersi.

E’ questo che hanno fatto Jenner, Semmelweis e milioni di altri che hanno speso la loro vita lavorando, creando.
Una leggenda ebraica afferma che il mondo esiste perché trentasei giusti, umili e sconosciuti, controbilanciano il male che lo distrugge. E’ una verità profonda.

Per fortuna i giusti sono molti, molti di più.

di FRANCESCO ALBERONI