18 maggio 2002

Obiezione di coscienza

da Libero Pensiero

Il senso del dovere

L’esperimento realizzato nel 1965 da Stanley Milgram è assai noto presso gli studiosi di psicologia sociale.
Persone comuni si trasformavano in feroci aguzzini, insensibili alle (simulate) grida di dolore delle loro vittime, se a dettare i loro crudeli comportamenti (dovevano infliggere scariche elettriche) era l’autorità
di una riconosciuta istituzione scientifica che chiedeva loro di partecipare, in qualità di severi maestri, ad un “esperimento sull’apprendimento”. Non è difficile immaginare che cosa può accadere quando l’autorità in
questione non è quella di un qualche laboratorio di ricerca, ma la patria, la bandiera o la fede. Si uccide, insomma, in buona coscienza, per spirito di disciplina.

Si potrebbe anzi dire che l’unità di misura di quel fenomeno che si chiama “coscienza a posto” è data proprio dalla capacità di infliggere dolore restan do imperturbabili e giustificati. “Facciamo solo il nostro dovere” è la frase che andrebbe scritta, ad esempio, sulle divise di tutte le truppe di occupazione. Proust diceva che il bene per essere tale, e non un’ipocrita
ostentazione, richiede un’aria da “chirurgo frettoloso”, inconsapevole, cioè, del benefico ruolo svolto.

Lo stesso, purtroppo, lo si deve dire del male. Anch’esso, quando è incorniciato in una disciplina, è ugulamente ignaro di sé. E c’è un fondo di onestà nell’indignato stupore del reduce dalle mani ancora imbrattate di
sangue che si deve difendere dall’accusa di aver commesso ignobili crimini.


Obiezione di coscienza

Alla disciplina la filosofia moderna ha tributato un grandissimo onore, fino a farne il viatico della libertà e della dignità dell’uomo. Il paradosso kantiano dell’uomo libero perché incondizionatamente sottomesso alla legge morale è assai noto. Kant trasferiva alla “coscienza individuale” un sillogismo che, prima di lui, era stato elaborato dei teorici del liberalismo
politico.

Per sfuggire infatti all’arbitrio del potere e all’irrazionalità del capriccio individuale, la legge doveva, secondo loro, diventare sovrana e tutti, senza eccezione alcuna, avrebbero dovuto sottomettersi alla sua impersonale maestà. Questa comune ubbidienza è la radice dell’uguaglianza e della libertà che campeggia, insieme alla fraternità, sulle bandiere dei
rivoluzionari francesi. Non è però la stessa disciplina cui fa appello la “buona coscienza” del solerte esecutore di ordini, anche se , al pari di quella, ha il carattere dell’inderogabilità e dell’inflessibilità.

La legge morale è infatti espressione della superiore razionalità umana. A differenza dell’ordine impartito dal superiore al subordinato, la legge è qui oggetto di un riconoscimento “universale”. L’ordine, per sua stessa natura, è sempre particolare e contestuale. Si deve fare “questo” o “quello” in vista di un determinato “interesse”.

La legge, invece, fa astrazione dai casi individuali e comanda ciò che ogni essere dotato di ragione, in una ideale condizione di assenza di egoistici interessi, farebbe sulla base di un calcolo esclusivamente razionale. E’ in nome di questa legge che alcuni valorosi ufficiali dell’esercito israeliano stanno oggi rifiutando di obbedire agli ordini.

Rocco Ronchi