9 maggio 2002

The Truman show : commenti

The Truman show, USA 1998 – colore

Regia:Peter Weir
Durata:104′
VHS e DVD: CIC video
Sceneggiatura:Andrew Niccol (lo stesso di Gattaca)
Peter Weir
Cast:Jim Carrey Laura Linney Ed Harris Noah Emmerich
Natascha McElhone Holland Taylor

Dallo stesso regista della “Attimo fuggente” la fantastica storia di un uomo seguito da uno show ventiquattr’ore su ventiquattro fin dalla nascita. La vita di Thruman è “perfetta”, indubbiamente sicura, ma spudoratamente commercializzata. Un uomo reso un oggetto, niente altro che un fenomeno da baraccone che arrivato al trentesimo compleanno intuisce alcune “anomalie” nella sua vita e cerca di scoprire la verità. Così finto come vero e preoccupante il film apre gli occhi sulla realtà attuale.

Alcune note su “The Truman Show” di Peter Weir

(a cura Massimiliano Griner)

Innanzitutto sgombriamo il campo dagli equivoci. Da più parti si è detto che il film consenta, e anzi richieda, una lettura a più livelli. Beh, si mostrino i livelli, oltre a invocarli. Poi, che il film sia da intendere come una metafora. Benissimo. Ma di cosa?

Alcuni dicono: del sistema dei mass-media. Altri, sbilanciandosi, della vita (dimenticando di aggiungere: degli occidentali che vivono in società opulente: però, i tre operai assassinati a Pomigliano d’Arco il 23 luglio scorso, fuori dal pastificio in cui lavoravano part-time, già non so perché mi sembrano esclusi a priori – anche – dal mondo di Truman.)

Naturalmente non tutte le metafore sono interessanti, ma chi dice che il film lo è, una metafora, suppongo voglia suggerire che sia anche interessante. A questo punto andrebbe detto che metafora sia, e specificare cosa ci dica di interessante.

Che sia una metafora dei media, che ci sveli qualcosa di interessante dei media e del rapporto che abbiamo con essi come pubblico, lo escludo. Immaginando un uomo “inconsapevole” circondato da una società di “consapevoli” che in sua presenza recitano un ruolo, sono attori, propone una situazione che, per quanto metaforica, non ha alcuna relazione con il reale mondo dei media e del loro pubblico.

Sembrerebbe piuttosto che, se di metafora si tratta, sia una metafora della vita, reale questa volta, di coloro che vivono in un mondo reale che non ha (o non ha più, o mai ha avuto) grosse differenze con le trame scontate e zuccherine, ipocrite e false, delle popolari soap opera, farcite di ammiccamenti al pubblico e di messaggi pubblicitari.

Truman sarebbe uno di questi milioni di uomini che, come i più di noi, vive una vita media, mediocre, scontata e racchiusa nel perimetro angusto di convenzioni e accordi che hanno preceduto ogni nostra ratifica o accordo.

Esploriamo allora le varie possibilità.

L’amore, ricambiato, per una giovane donna, che non sta al gioco e che viene licenziata perché rischia di compromettere il grande show, ha lasciato in Truman un latente senso di insoddisfazione. E’ su questa base di insofferenza e di malessere per la ragazza scomparsa che trovano terreno di coltura una serie di incidenti tecnici in cui incorre il gigantesco studio televisivo. Incidenti che iniziano a moltiplicarsi via via che Truman prende coscienza del fatto che qualcosa non va, e inizia a comportarsi in modo imprevedibile e bizzarro, quasi a sondare le capacità di controllo dei suoi “carcerieri”.

Ad un certo punto però il film diventa scontato. Truman capisce che il mondo in cui vive è un mondo artificiale. Provano a trattenerlo a tutti i costi, scatenandogli addosso anche una finta tempesta, a lui che fino al mese prima temeva l’acqua come i gatti, a lui che insiste.

Dal momento che il pubblico ha seguito la vicenda minuto per minuto, e sa da sempre che Truman è inconsapevole del ruolo che gli è stato assegnato dalla nascita, gli sforzi del suo “creatore” – un Ed Harris vestito da Armani – per convincerlo a restare, sono francamente incomprensibili (e dal punto di vista dello script anche illogici). Ora che il gioco è scoperto, se Truman rimanesse sarebbe niente più che un attore, e il senso peculiare dello show cadrebbe inevitabilmente.

Sarebbero state possibile altre soluzioni di sceneggiatura. Ad esempio si poteva stabilire che il pubblico fosse all’oscuro del fatto che Truman fosse prigioniero e inconsapevole del proprio ruolo, e che fosse quindi la spontaneità, la veracità di quello che per il pubblico sarebbe stato un attore a decretare il successo della trasmissione.

Il che avrebbe reso plausibili gli appelli FREE TRUMAN appesi nella cameretta dell’ex attrice che si era innamorata di Truman, e che aveva cercato vanamente di salvarlo dal suo destino.

Nel film di Weir sembrerebbe che l’umanità nel suo complesso – ormai un grande pubblico televisivo – non sia affatto scandalizzata dalla sorte di Truman (salvo poi tifare per Truman quando questi fugge, e cambiare canale non appena il grande show è finito). Ma, e la prova sono appunto i manifestini appesi nella casa della ragazza, pare esistere qualche frangia organizzata, e assolutamente minoritaria, che vorrebbe la liberazione di Truman. Nella variante in cui il pubblico fosse all’oscuro della sorte toccata a Truman, la posizione di una eventuale frangia contestataria avrebbe più senso, e presumibilmente verrebbe tacciata di paranoia da parte di chi il vero complotto lo ha ordito (gli studios).

Inoltre, sempre secondo la variante, gli sforzi del creatore dello show di fermare Truman e convincerlo, con le cattive o con le buone a rimanere, avrebbero un senso, purché fosse abbastanza intelligente da celare i suoi tentativi al pubblico.

Mi si dirà: ma il punto del film è esattamente questo. Truman e la sua vita sono gli ostaggi di un pubblico onnivoro e ondivago, che ora si ciba della vita (apparente) di Truman – interessante perché presentata sub specie soap operae – che del suo tentativo di fuga (questo sì reale), perché è un pubblico immorale, che segue Truman qualsiasi cosa faccia, anche tentare di non essere più uno spettacolo, perché per il pubblico tutto è (diventato) spettacolo, anche la fuga dalla spettacolarizzazione. Un pubblico che non si indigna sapendo che qualcuno ha rubato a Truman la coscienza, ma che tifa per lui, perché anche la sua fuga verso la libertà è, in un certo senso, uno spettacolo, e molto più emozionante della sua vita routinaria.

Ora, se fuor di metafora il pubblico del “Truman Show” è il pubblico dei media, della televisione – cioè il pubblico di “The Truman Show” di Weir -, chi è l’equivalente di Truman nel mondo reale? Viene da rispondere: l’attore Jim Carrey (prima dell’incontro con Weir), che in effetti pare abbia dichiarato che dopo il film la sua vita interiore sia cambiata, che abbia cominciato a porsi alcune domande e sia uscito dal malessere esistenziale che lo turbava da tempo.

Poco convincente, come soluzione in extremis. E anche banale.

Che il film sia invece una metafora della vita, e che la fuga di Truman (e forse anche dell’ex dumb Jim Carrey) sia una forma di conquista dell’autocoscienza, una sorta di liberazione dai vincoli della tradizione e delle consuetudini, dalla prigionia della chiacchiera di heideggeriana memoria, mi sembra che deponga ancor meno in favore degli autori, perché anche in questo caso non vedo che banalità e superficialità (anche se ben confezionata, magari chiamando a rinforzo un formidabile Philip Glass di Godfrey Reggio).

Alla fine rimango sempre più convinto che questo incompiuto esperimento a cavallo tra il solipsismo filosofico e la pedagogia sperimentale, che sarebbe dispiaciuto a Anselm von Feuerbach o al François Truffaut de “Il ragazzo selvaggio”, altro non è che la divertente e giocosa esplorazione della classica fuga da un universo ostile (lo stilema rovesciato della classica “salita al castello maligno e incantato” [Ghezzi], su cui è edificato, ad esempio, “Shining” di Kubrick), qui in una delle sua innumerevoli versioni che il cinema ci ha proposto. Che sia la Guyana francese, Alcatraz, la New York del 1997 (quella di Rudolph Giuliani?) o chissà che altro, la storia rocambolesca del protagonista che fugge dopo aver conquistato la nostra simpatia è un vecchio e sfruttato topos del cinema popolare, qui addirittura sdoppiato: ci siamo noi, e c’è il “pubblico” del “Truman Show”. Questo è il nucleo centrale del film di Weir, e la ricerca di altre motivazioni o noccioli di senso mi sembra l’equivalente di domandarsi se Don Siegel aveva delle tendenze marxiste quando diresse “Fuga da Alcatraz”.

D’altra parte c’è chi è convinto che “L’attimo fuggente” sia un saggio sul campo di pedagogia e ispiri sano ribellismo. A costoro interesserà la domanda: “come può un uomo nato e allevato in una soap opera immaginare che oltre i confini del suo mondo (una versione del quale esiste, è in Florida, è stata edificata dalla Walt Disney Corp. e si chiama Celebration) ne esista un altro o altri?”

In altre parole, se ti cadesse ai piedi un faro a qualche metro di distanza, su cui c’è scritto SIRIO, penseresti che il cielo stellato sia una cupola su cui sono disposti tremila faretti analoghi? Io no. Eppure sarebbe interessantissimo sapere quante anomalie occorrerebbero ad un “vero” Truman per comprendere che il “mondo” non è il mondo, ma un mondo artefatto all’interno del mondo. Il che è lo stesso che domandarsi quante esperienze sono necessarie ad un asceta per capire che il mondo in cui viviamo è un mondo di apparenze, per un broker che esiste la solidarietà, per un marito distratto capire che la moglie esiste, etc.

Una domanda a cui il film di Weir, che ha altri obiettivi – divertirci con la fuga di Truman – non può e non vuole rispondere.


Recensionedi Marco Spagnoli

Che il Truman Show sia un capolavoro questo è fuori dubbio.
L’intelligenza della storia, la sua forza narrativa, la bravura degli attori e il disprezzo del mondo televisivo che si vuole raccontare, costituiscono un unicum per il modo intenso e astuto con cui vengono amalgamati e mostrati al ludibrio dello spettatore che – spesso – non può fare altro che rispecchiarsi nella propria immagine riflessa e rovesciata.

Brutti telespettatori, crudeli e fintamente animati da buoni sentimenti seguono per ore e da anni la vita di un uomo nato sullo schermo e che – a sua insaputa – interpreta da sempre la più lunga e avveneristica telenovela della storia della televisione. Truman Burbank – interpretato da un Jim Carrey da Oscar – è nato e vive in un gigantesco studio televisivo. La sua vita normale, i suoi sogni, le sue aspirazioni sono date in pasto e sacrificate a un pubblico famelico che preferisce guardare ventiquattro ore al giorno l’esistenza di Truman, piuttosto che viverne una propria. E così – spalleggiato da attori e da un numero indefinito di comparse – il regista e ideatore dello show guida i fili della vita del giovane, scegliendo per lui come vivere, chi amare, cosa fare. Un facente funzione di Dio, insomma, incarnazione diabolica della televisione, che si permette di privare dalla vita del giovane Truman la realtà, scrivendo contemporaneamente uno spettacolo e il destino di un uomo.
Il personaggio interpretato da Jim Carrey è solo, alla mercé di un mondo indifferente nella sua surreale dedizione al tubo catodico. Non ha genitori veri, non ha amici veri, non ha niente di vero, se non un ipotetico amore perso qualche anno prima. Una ragazza che voleva “forzare” la sceneggiatura scritta per Truman, ispirando in lui sentimenti che non fossero studiati a tavolino.
Cercando – inutilmente di salvarlo da quella vita umiliante e incomprensibile agli uomini ragionevoli.
Nonostante la mancanza di aiuti esterni, Truman sarà capace di cambiare astutamente le carte in tavola con un afflato degno dello spirito dei navigatori moderni che sfidarono l’ignoto. Riecheggiando – addirittura – passi meno conosciuti dell’epica greca in cui l’eroe riesce a modificare il suo Fato contro la volontà dei suoi stessi dei.
Un film, insomma, dai numerosi risvolti, diretto con poesia, sagacia e lungimiranza da quel Peter Weir autore di numerosi film di successo degli ultimi anni. Da Picnic a Hanging Rock a The Witness, da L’attimo fuggente a Un anno vissuto pericolosamente il regista australiano ha saputo raccontare con notevole maestria storie che sono rimaste profondamente impresse nell’immaginario collettivo. E possiamo dire con assoluta certezza che questo film rimarrà nella storia del cinema a lungo.

Non solo per la forza della sua corrosiva satira del sistema televisivo e delle finte vite che esso costruisce, ma anche per avere saputo mostrare a tutti noi tutte le nefandezze e le ipocrisie che si nascondono dietro il sistema televisivo. Tutto questo in maniera molto elegante e dolce, colpendo il sistema al centro della propria folle autocelebrazione. La vita è sempre migliore della TV, qualsiasi vita sia, e il controllo che la società può esercitare su di te, va ben oltre il tubo catodico.
Weir, senza compromessi e senza salvare niente, ha utilizzato la sceneggiatura realizzata da Andrew Niccol (Gattaca) costruendo personaggi profondamente esecrabili e puntando al ribaltamento dello spettatore cinematografico nel suo doppio televisivo, affamato di vite altrui, perché incapace di vivere le proprie.

In maniera surreale, forse, ma per nulla esagerata. Molte persone sarebbero disposte a uccidere per un indice d’ascolto. Anche oggi nella nostra realtà mediatica.
Un film duro e intelligente che porta un colpo mortale nel cuore del sistema televisivo. L’apologo di Weir, infatti, impedirà per sempre alle persone intelligenti la naturalità dell’utilizzo del mezzo televisivo.

Come in un abile gioco di specchi e di sollecitazioni vicendevoli tutti noi ci identifichiamo nel personaggio di Truman, estromesso e espropriato dalla propria vita, “per esigenze di diretta”. Temendo in cuor nostro, però, di riuscire ad assomigliare solo al pubblico dello show globale, capace di celebrare la gloria di un personaggio a prezzo della propria esistenza. In un mondo di celebrazioni Truman rifiuterà la gloria e la fama, infischiandone della televisione pur di rimpossessarsi della sua vita. E noi ottenebrati dalla fama e dalle sue seduzioni, saremmo in grado di fare lo stesso?

Marco Spagnoli, Delos n. 40


Intervistaa Peter Weir e Jim Carrey

di Marco Spagnoli
I
l Truman Show oltre essere uno dei maggiori successi di questa stagione cinematografica è uno dei film più interessanti di sempre che riguardano la televisione. Il suo modo di indagare sul rapporto tra spettatori e storie raccontate, la vita televisiva del singolo presa come metafora di problematiche assai più ampie, l’idea di uno show globale che risulta essere una sorta di alter ego sociale di un mondo intero, il regista televisivo come eco di un dio lontano sono soltanto alcuni degli elementi che hanno determinato l’enorme successo di questa pellicola intelligente e affascinante. E dopo che di questo film è stato detto tutto da parte di tutti, restituiamo la parola al suo regista Peter Weir e al suo inteprete Jim Carrey per cercare di fare un po’ il punto su questa pellicola che ha certamente segnato il nostro decennio e l’inizio del nuovo secolo. Un capolavoro a tutto tondo di cui rimarrà a lungo traccia nell’immaginario collettivo del mondo intero.

MS: Mr. Weir, lei cosa pensa della televisione globale, alla luce del suo film? Si augura che le frontiere del pianeta vengano sempre più abbattute oppure pensa che il salvaguardare le culture locali passi necessariamente attraverso la difesa dei media e quindi attraverso una televisione nazionale?
Peter Weir: Temo che qualsiasi cosa io pensi nessuno abbia intenzione di ascoltarmi. Una cosa impressionante della gente che fa televisione è il suo enorme potere che opera scelte solo in funzione dei soldi. Non so cosa possa accadere in futuro. Esistono dei poteri legati ai mezzi di informazione di gran lunga superiori a quelli di certi governi. Guardi cosa è successo nel vostro paese con Berlusconi e il modo in cui questo si è conquistato il ruolo di Primo Ministro. Pensi a questi “imperi quasi dinastici delle telecomunicazioni” dove un tale potrebbe svegliarsi una mattina e mandare al mondo – attraverso i suoi satelliti – quello che vuole. L’aspetto che mi interessava di più di questo era mettere in mostra quanto la televisione faccia venire meno il confine tra le cose false e la verità. Una questione particolarmente delicata se la mettiamo in relazione con i bambini e il loro modo di percepire la vita.
Non è solo un problema di qualità, ma di attitudine a guardare troppe ore la televisione e avere degli strumenti analitici per differenziarsi da essa. Ognuno di noi cerca la verità e si trova a che fare con una società che tenta in tutte le maniere di distorcerla.

MS: Un po’ come nell’ultimo James Bond dove il personaggio interpretato da Jonathan Pryce scatena una guerra per il possesso dei diritti televisivi della Cina…
Peter Weir: Tutto riguarda sempre il denaro. Non ci sono più paesi, ma solo immensi oceani di soldi.

MS: Cosa pensa dell’idea di Bill Gates che un giorno non servirà più alzarsi dalla propria per lavorare?
Peter Weir: Non possiamo vivere vite di seconda mano dove siamo sottoposti al potere del video e lo subiamo passivamente. Non si vive più, si ricevono solo alcune informazioni riguardo la vita. Degli altri. La spersonalizzazione è continua eppoi…pensate a che cosa terribile per i bambini stare seduti a guardare un monitor e basta. Uscite di qui, uscite di casa e andate per la strada! Magari andate a fare un film…

MS: Il suo film è in un ultima analisi contro tutto questo. Cosa pensa – allora – del successo de Il Truman Show?
Peter Weir: L’unica cosa che mi consola veramente è pensare a tutti quelli che mi hanno sbattuto la porta in faccia dicendomi che non avrebbe avuto successo perché è un film che obbliga le persone a pensare, mentre la gente ormai vuole solo azione ed emozioni forti. Fino all’ultimo mi hanno sconsigliato di farlo uscire d’estate, perché – dicevano – avrebbe avuto di fronte pellicole troppo importanti e sarebbe stato un fiasco…
Un tizio uscito da una delle prime proiezioni mi ha raccontato che quando ha lasciato il cinema si è detto: “Ma cos’è questo strano sentimento che provo…? Mio Dio, sto pensando!”.

MS: Il Truman Show è pieno di poesia e sensibilità. Questo è dovuto – forse – al fatto che lei è australiano, anziché statunitense di nascita?
Peter Weir: Non so dirlo. Ora che mi ci fa pensare tutti noi che abbiamo realizzato questo film non siamo americani. Jim Carrey è canadese, Andrew Niccol lo sceneggiatore è neozelandese. difficile da dire…

MS: Cosa pensa dei riferimenti alla serie Tv Il prigioniero che molti giornali hanno voluto trovare nel suo film?
Peter Weir: Il reato del prigioniero era qualcosa che il pubblico non conosceva. Ne Il Truman Show gli spettatori sono i complici di quelli che hanno privato Truman della sua vita. MS:
Perché ha scelto proprio Jim Carrey?
Peter Weir: Per tanti motivi: il meno banale di tutti è che uno dei pochi attori che in ogni suo film ha rischiato tutto se stesso.

MS: Qualcuno ha voluto vedere nel suo film alcune suggestioni dell’epica greca in cui l’eroe cerca di sfuggire il Fato, con un Krystoff/Zeus che invece cerca di costringere il protagonista a incontrare il suo Fato…
Peter Weir: vero. Soltanto che anche Krystoff/Zeus deve sottostare al Fato come tutti gli altri dei. In termini più generali credo che il libero arbitrio consenta a tutti noi di potere scegliere le vite che vogliamo, nonostante tutte le macchinazioni di quelli burattinai oscuri che stanno dietro le nostre esistenze.

MS: Poteva finire diversamente?
Peter Weir: No, il Truman che conosciamo non ha altre opzioni…vivere “salvo” in una Disneyland dell’esistenza è qualcosa che non gli interessa. Così come – spero – alla maggior parte di noi.

MS: Mr. Carrey, cosa pensa del personaggio del regista Krystoff?
Jim Carrey: Rappresenta il nostro ego e la nostra vanità.

MS: Cosa ha significato per lei girare questo film?
Jim Carrey: Una svolta per la mia carriera, ma le confesserò anche qualcos’altro. Molti hanno lodato la mia interpretazione per il realismo con cui ho raccontato certi stati d’animo.
Personalmente ho vissuto in questo film una sorta di catarsi di quello che – parallelamente – succedeva nella mia vita reale. Ho trovato una sorta di ispirazione per vivere determinati aspetti della mia esistenza. Ero in cerca di risposte riguardo al mio matrimonio fallito, riguardo alle mie scelte di lavoro. Grazie a questo film ho scoperto che era necessario affrontare l’abisso e i territori sconosciuti, correndo dei rischi. Oggi sono al di là del muro, in quel territorio inesplorato che è la vita. Mi sento molto più libero di essere come sono. Con molti interrogativi risolti grazie alla partecipazione a questo film.

MS: Cosa pensa del paragone continuo con Jerry Lewis?
Jim Carrey: Non sono d’accordo. Jerry è un’altra cosa.

MS: Lei ne Il Truman Show è la dimostrazione vivente che il comico è il tragico visto di spalle…
Jim Carrey: Non esiste una commedia alta e una bassa. La commedia e l’arte rappresentano la vita così come essa è: nei momenti tristi e in quelli allegri.

MS: Come è Peter Weir sul set?
Jim Carrey: Una guida rassicurante. Quando tendevo a essere eccessivo lui mi prendeva da parte e diceva: “Un pranzo non è necessariamente migliore se hai tre piatti di carne differenti…”. Personalmente pensavo di volere interpretare ogni scena come in un crescendo e terminarla sempre con una battuta “vincente”. Peter mi diceva: “Lascia stare…avere recitato con in testa quella battuta ha dato alla tua interpretazione un’impronta come se già l’avessi detta. L’energia di quella battuta è stata già nei tuoi occhi mentre hai recitato” Quell’uomo è un genio…

Marco Spagnoli, Delos n. 41


Film atipico di questa fine secolo sempre più ambigua, nel suo rapporto con i media, o meglio con la multimedialità che avvolge completamente la società in cui viviamo.

Prime riflessioni. Ricordate appena un anno fa la morte di Lady Diana, la copertura strabiliante dei media, l’idolatria per un’icona che spariva dal mondo eppure vi si manifestava prepotentemente, rivelava nuovi orizzonti nel coinvolgimento della popolazione mondiale. Pensiamo poi alle ultime vicende del presidente Clinton, svergognato su Internet, mentre degli anonimi si mettono in mostra ventiquattro ore su ventiquattro davanti a una telecamera, la famosa Jenni cam è già il prototipo del nostro Truman (che è il nome, sarà un caso, di un presidente). Scenari davvero impensabili solo qualche anno fa. La storia di Truman svela l’ossessione di fine millennio: la perversione per scoprire il vero, ma non si tratta semplicemente dei già noti snuff movies. È già qualcosa di più, un sentimento che si espande a macchia d’olio. C’è da un lato anche la reazione, la paura dell’essere continuamente spiato e osservato. I satelliti possono controllarci in ogni momento e le nostre carte di credito, i nostri numeri di telefono, i nostri indirizzi sono tutti sotto il controllo di quakcuno (perché ci arriva a casa posta da mittenti sconosciuti?)

The Truman Show elabora in immagini filmiche sia le paure orwelliane, che le ambizioni di onnipotenza di chi è a capo del controllo, cioè dei media. L’avevamo già visto con Sesso e Potere di Levinson dove i media osavano l’incredibile per coprire le malefatte presidenziali e qualche giorno dopo la realtà aveva già superato il film.
The Truman Show è scritto da Andrew Niccol, che ha un peso importante nella buona riuscita del film. Lo scrittore e regista di Gattaca, qui continua con lucide ipotesi futuribili. In Gattaca era il codice genetico a condizionare la vita di un individuo e di determinare a volte anche la sopravvivenza, in The Truman Show, c’è ancora l’ossessione per il controllo. Il regista Kristof che dirige uno studio grande quanto una città e che è visibile dallo spazio come la Grande muraglia cinese, può davvero tutto.

Decide le sorti della vita di Truman Burbank. Il suo lavoro, la moglie, la perdita traumatica del padre annegato, sono il frutto delle suggestioni sulla mente semplice di Truman. Quando si ha a disposizione un sole, una luna, il mare, si può decidere quando è giorno, quando è notte e quando gli elementi della natura possono scatenarsi, allora il sogno di onnipotenza è davvero realizzato per Kristof, che si rammarica per il ravvedimento di Truman e tenterà la sua carta finale dicendo che il mondo creato da lui per Truman non è meno reale di quello vero.

La soap opera può continuare solo con la complicità di un pubblico ormai corrotto, che non sente la responsabilità della propria perversione. Ma Niccol e Weir sono in fondo ottimisti. E se da un lato credono nelle capacità di Truman, in grado di svelare la falsità del mondo in cui vive, d’altra parte anche una parte del pubblico è consapevole dell’abiezione del programma. Jim Carrey è perfetto nel suo primo ruolo serio, è grandissimo nelle espressioni in cui la miscela di comicità e tragedia è davvero irresistibile. Peter Weir conferma le sue doti di gran narratore, poiché la forza di The Truman Show è anche nel ritmo, e nella gestione eccellente di tutti gli interpreti.