23 giugno 2001

Comunità Cenacolo

I ragazzi raccontano

   

Desideriamo condividere con voi il  nostro   vissuto,
certi che la croce, la disperazione,
la solitudine, il buio, la tristezza che abbiamo vissuto alla luce di Cristo Risorto hanno qualcosa da comunicare.

Boris è il mio nome e sono un ragazzo croato di Spalato. Ho iniziato a far uso di droghe molto giovane a causa della adolescenza vissuta in modo sbagliato. La mia famiglia ha sempre dato tutto sia a me che a mio fratello. I nostri genitori ci hanno voluto bene ma sicuramente mancava fra noi il dialogo e il tempo per trovarsi e stare insieme: erano molto interessati a come andavamo a scuola, ma non a come o a cosa vivevamo dentro di noi. E’ stato così che ho cominciato a ritrovarmi con ragazzi che avevano i miei stessi problemi e le mie stesse paure. Volevo essere al centro dell’attenzione, facendo cose sbagliate perché gli altri si accorgessero di me. Ho cominciato così a fumare, mi sono messo l’orecchino, ascoltavo musica rock, mi sono lasciato crescere i capelli: tutte cose che mi portavano fuori dalla realtà ma che mi facevano sentire forte; con gli amici ci sentivamo più furbi degli altri: ci “divertivamo” mentre gli altri studiavano. A quindici anni ho cominciato ad allontanarmi sempre più dalla famiglia cominciando a rubare e ad avere i primi problemi con la polizia, dando una grossa delusione ai miei genitori che mi avevano fino ad allora considerato un bravo ragazzo. Iniziai così a vendere droghe leggere e in pochissimo tempo sono passato, quasi senza accorgermene, a fare uso di eroina. Il vuoto e la tristezza aumentavano e cominciavo a perdere la voglia di vivere, mi sentivo nella solitudine più profonda. L’unico interesse della mia vita era diventata la droga e la mia esistenza un inferno: mi svegliavo al mattino e il primo pensiero era come avrei potuto procurarmi i soldi per l’eroina. I miei genitori, disperati, mi mandarono da un medico che mi prescrisse il metadone ma, naturalmente, fu tutto inutile. Ho provato a smettere tante volte da solo, ma la droga aveva sempre il sopravvento sulla mia debolezza, era l’unica ragione di vita: ero disposto a rubare, a fregare gli altri, ad ogni tipo di compromesso pur di raggiungere il mio scopo. Per cinque anni ho vissuto nell’inferno più buio. Un giorno, per caso, i miei genitori incontrarono un sacerdote che parlò loro della Comunità di Suor Elvira e mi proposero di entrare. Rifiutai perché avevo paura di “perdere” la mia libertà, ero convinto che la vera libertà fosse poter fare tutto quello che volevo. Il Signore mi venne incontro: in seguito ad un arresto per furto ho dovuto scegliere tra il carcere e la Comunità e, ormai stanco e senza speranza, sono entrato nella fraternità “Madonna della Salute” a Uglijane, nei pressi di Spalato. Poco a poco ho iniziato a rendermi conto che la Comunità è una famiglia dove si può veramente cambiare la propria vita. Ho iniziato ad accettare il mio fallimento e la mia incapacità di vivere e di stare con gli altri solo quando ho aperto il cuore ed ho accettato i consigli dei fratelli. La preghiera vera, quella del cuore, è entrata nella mia vita: prima affermavo di credere in Dio ma non sapevo cosa significasse. Il tempo dedicato alla preghiera è diventato la spinta per dare senso alla mia vita; i momenti di riflessione trascorsi in cappella sono stati lo specchio della mia coscienza e preziosissimi per rivedere i miei sbagli e per darmi la forza di cambiare. L’altra arma che con la preghiera mi ha permesso di tornare a vivere è stata l’amicizia vera, onesta e sincera che ho ricevuto dai fratelli. Ho imparato anch’io ad essere amico degli altri nella verità, a fare del bene, a sacrificarmi, ad amare, ad usare il cuore: l’appagamento e la pace che provo quando riesco ad essere così come desidero è grandissimo. Oggi amo la vita con le gioie e le sofferenze di ogni giorno, ed ho grande fiducia nella Comunità e in Dio. E’ bellissimo perché la conversione non è stata solo mia, ma anche dei miei genitori: da quando la Comunità è entrata nella nostra vita, in essa è entrato anche Dio che ha trasformato tutto in bene; la croce della droga, che tante volte ha fatto piangere i miei genitori, è diventata una grazia, fonte di nuova vita.Voglio veramente ringraziare Dio che ogni giorno è con me, mi ama, mi perdona, mi sorregge e mi conforta. I sogni che da sempre avevo nel cuore si stanno realizzando.

Boris

Un caro saluto a tutti!
Mi chiamo Luigi e vivo nella missione “Campo Nueva Esperanza” di Santo Domingo da due anni. Mi sento di ringraziare con tutto il cuore Dio che mi ha dato la fortuna di stare con questi bambini. Qui ho la possibilità di cambiare ancora di più il mio cuore perchè ero partito dall’Italia, oltre che con l’intenzione di fare del bene, anche con la speranza di ricevere e di imparare. Siamo partiti con tanta voglia di fare ma senza sapere praticamente nulla di quello che sarebbe stato il nostro futuro, mettendoci nelle mani di Dio con piena fiducia. Oggi non rimpiango neppure per un istante la scelta che ho fatto perché sto imparando a essere padre, a voler bene e a comprendere: mai avrei pensato che nella mia vita sarei riuscito a vivere dei valori così importanti, non mi sentivo all’altezza. Parlare di missione è qualcosa di grande: significa innanzitutto dimenticare se stessi per pensare agli ultimi, per mettersi ogni giorno al servizio degli altri ed essere proprio io quel piccolo strumento nelle mani di Dio che sa alleviare le sofferenze dei poveri. Il “Campo” sta crescendo sempre più ed oggi con noi
vivono ventisei bambini. In ognuno di noi missionari laici c’è il desiderio grande di famiglia, ma il modo più concreto di realizzarlo è di vivere qui, concretamente e con amore, la nostra scelta di vita. Ciò che ci unisce, sia nei momenti di difficoltà che di gioia, è il valore della nostra fede, conquistata e amata in Comunità grazie agli insegnamenti ricevuti. Ricordo molto bene, prima della nostra partenza, come suor Elvira ci richiamava al valore vero ed essenziale della nostra missione. Ci ha chiesto di non andare solo a fare assistenza ai bambini o a dar loro da mangiare o a creare dei posti dove potessero dormire, perché questo sono capaci di farlo tutti, ma di trasmettere loro valori come la preghiera, la verità, il perdono, l’amicizia che danno senso a tutto il resto. Queste parole trovano concretezza nella nostra bella cappellina, alla sera, quando si condividono le difficoltà e le gioie della giornata. Qui si cementa l’amicizia, qui i bambini trovano fiducia in noi e riescono allora a capire perché li hai sgridati o hai fatto notar loro che hanno detto una bugia. Sono intelligenti questi bambini, sono furbi, ma soprattutto sono feriti ed hanno bisogno di un grande amore che sappia far loro riconquistare fiducia nella vita. Con la mia sola forza non riuscirei a fare questo, e cadrei inevitabilmente nell’impazienza, nel nervosismo, metterei a nudo i miei limiti umani, ma pregando e chiedendo l’aiuto del Signore tutto assume un altro valore, tutto acquista un’altra forza ed anche i bambini lo capiscono. L’esperienza di donazione agli altri ti arricchisce nel cuore, ti fa diventare più buono, più semplice, più altruista. Ho avuto la fortuna anche di fare il padrino di battesimo a Juan Carlito, un bimbo che da quando è arrivato è sempre stato con me, mattino pomeriggio e sera. E’ pazzesco come fra noi si sia instaurato un rapporto come tra padre e figlio. Penso che il miracolo grande sia proprio quello di riuscire a fare qualcosa di bello per loro. Desidero con tutto il cuore continuare su questa strada perchè, grazie a Dio, stiamo costruendo un’altra casa che accoglierà altri bambini disperati e soli. Un giorno il “Campo Nueva Esperanza” sarà un villaggio: mai avremmo immaginato questo, ma la provvidenza del Signore, attraverso tanti splendidi amici, non ha veramente limiti. I bambini sono tanti, i missionari pochi… a buon intenditor poche parole, vi accoglieremo con gioia!

Luigi

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