27 Agosto 2001

Gioia

Vi siete mai chiesti perché col passare degli anni le persone sembrano perdere ogni gioia di vivere?

In questo momento voi, che siete giovani, siete in maggioranza piuttosto felici; certo, avete i vostri piccoli problemi, gli esami vi preoccupano, ma nonostante queste difficoltà nella vostra vita c’è una certa gioia, non è così?

C’è un’accettazione della vita spontanea e naturale, un guardare alle cose con leggerezza, allegramente. E perché, allora, con il passare degli anni sembriamo perdere quella gioiosa intuizione di qualcosa che va oltre, di qualcosa di significato più ampio?

Perché tanti di noi, nel raggiungere la cosiddetta maturità, diventano ottusi, insensibili alla gioia, alla bellezza, ai cieli aperti, alle meraviglie della terra?
Sapete, quando ci si pone questa domanda, molte sono le spiegazioni che si affacciano alla mente: Siamo così concentrati su noi stessi – questa è una possibile spiegazione.

Lottiamo per diventare qualcuno, per raggiungere e mantenere una certa posizione; abbiamo figli e altre responsabilità, e dobbiamo guadagnarci da vivere.

Tutti questi fattori esterni cominciano ben presto a pesare su di noi, e così perdiamo la gioia di vivere. Guardate i volti delle persone adulte intorno a voi, vedete quanto sono tristi, in maggioranza, quanto sono ansiosi e malati, chiusi in sé, distanti e a volte nevrotici, incapaci di sorridere. Non vi chiedete perché?

E anche quando ci chiediamo il perché, la maggior parte di noi sembra accontentarsi di semplici spiegazioni.

Ieri sera ho visto una barca risalire il fiume a vele spiegate, spinta dal vento dell’ovest. Era una barca grande, che trasportava un pesante carico di legna da ardere destinata alla città. Il sole stava tramontando, e la barca che si stagliava contro il cielo era di stupefacente bellezza. Il barcaiolo si limitava a controllare la rotta, senza alcuno sforzo, perché il vento faceva tutto il lavoro.

Allo stesso modo, se ognuno di noi riuscisse a comprendere il problema della lotta e del conflitto, allora penso che saremmo capaci di vivere senza sforzo, felicemente, con il sorriso sulle labbra.

Penso che lo sforzo – questa lotta in cui siamo impegnati quasi in ogni momento della nostra esistenza – ci distrugga. Se guardate gli adulti intorno a voi, vedrete che per la maggior parte di loro la vita consiste in una serie di battaglie con se stessi, con il proprio coniuge, con le persone vicine, con la società; e questa mischia incessante dissipa energia.

Coloro che sono gioiosi, realmente felici, non sono impegnati in alcuno sforzo. L’assenza di sforzo non implica stagnazione, ottusità, stupidità; al contrario, solo i saggi, coloro che sono straordinariamente intelligenti, sono davvero liberi dallo sforzo, dalla lotta.

Ma, vedete, quando sentiamo parlare di assenza di sforzi, desideriamo anche noi conseguire uno stato simile, in cui non esistano lotta o conflitto; e così facciamo di questo il nostro fine, il nostro ideale, e ci affanniamo per realizzarlo, condannandoci in tal modo a perdere la gioia di vivere.

Ancora una volta ci troviamo intrappolati nello sforzo, nella lotta. L’oggetto del contendere può variare, ma ogni lotta è essenzialmente identica. Si può lottare per riformare la società, o per trovare Dio, o per creare un rapporto migliore fra sé e il proprio coniuge, oppure fra sé e il prossimo; ci si può sedere sulla riva del Gange, prostrarsi in adorazione ai piedi di un guru, e così via. Tutto ciò è sforzo, è lotta. Ciò che è importante, dunque, non è l’oggetto della lotta, bensì comprendere la lotta stessa.

Ma è possibile per la mente avere non solo la consapevolezza occasionale di non essere impegnata in alcuna lotta, bensì di essere del tutto libera da conflitti, sempre, in modo tale da arrivare a scoprire uno stato di gioia in cui non ci sia alcun senso del superiore e d’ell’inferiore.

La nostra difficoltà sta nel fatto che la mente si sente inferiore ed è per questo che lotta per essere o diventare qualcosa, oppure per trovare un compromesso fra i suoi desideri, vari e contraddittori. Ma non cerchiamo di spiegare perché la mente
è piena di conflitti. Ogni essere pensante sa perché esiste conflitto fra l’interno e l’esterno.

L’invidia, l’avidità, l’ambizione, la competitività che conduce a un’efficienza spietata – sono questi gli ovvi fattori che ci spingono a lottare, sia in questo mondo, sia nel mondo che verrà.
Non vi è bisogno di studiare i libri di psicologia per sapere perché lottiamo; e quel che è importante, senza dubbio, è scoprire se la mente può essere totalmente libera dal conflitto.

Dopo tutto, quando lottiamo, il conflitto è fra ciò che siamo e ciò che dovremmo o vorremmo essere. Orbene, senza fornire spiegazioni, è possibile comprendere l’intero processo della lotta affinché possa avere termine?

Può la mente essere libera dallo sforzo, come la barca spinta dal vento? Certamente è questo l’interrogativo cruciale, e non come sia possibile conseguire uno stato in cui non ci sia conflitto. Lo stesso sforzo per conseguire tale stato è già in sé un processo di lotta, e dunque rende di fatto irraggiungibile quello stato.

Ma se osservate attimo per attimo come la mente resta presa in una lotta perenne – se vi limitate a osservare questo dato di fatto senza cercare di alterarlo, senza cercare di imporre alla mente quella condizione che voi chiamate pace – allora scoprirete che la mente cessa spontaneamente di lottare; e in quello stato può imparare moltissimo.

L’apprendimento non consiste dunque nella mera raccolta di informazioni, ma nella scoperta delle immense ricchezze che giacciono oltre i confini della mente; e per la mente che fa tale scoperta, c’è gioia.

Osservate voi stessi e vedrete come lottate da mattina a sera e come la vostra energia sia sprecata in questa lotta.
Se vi limitate a cercare di spiegare perché lottate, vi perdete nelle spiegazioni e la lotta continua; se invece osservate la vostra mente molto tranquillamente, senza fornire spiegazioni, se lasciate che sia consapevole della propria lotta, vi accorgerete ben presto che, così facendo, sopravviene uno stato in cui non c’è affatto lotta, bensì una straordinaria attenzione.

In questo stato di estrema attenzione non c’è alcun senso del superiore e dell’inferiore, non esistono il grand’uomo e il poveraccio, non ci sono guru.
Tutte queste assurdità svaniscono, perché la mente è pienamente consapevole; e la mente che è pienamente consapevole è gioiosa.

(di Krishnamurti)