13 Febbraio 2015

UDINE, CONOSCIAMOLA BENE

LA TORRE DI PORTA AQUILEIA

Gli archi e la torre di Porta Aquileia appartengono alla quinta, ossia all’ultima, cerchia di mura della città, costruita tra il XIV ed il XV secolo per scopi difensivi: lo si vede in una pianta prospettica, esposta nella Galleria del Castello e attribuita al Carlevarjis. Posta sulla strada che conduce ad Aquileia e a Grado, Porta Aquileia era una delle tredici porte che consentivano di entrare in città: fu completata intorno al 1440. Sul lato meridionale della torre sono quattro stemmi lapidei: del Comune di Udine, del Patriarca di Aquileia, dei nobili Savorgnan (incaricati della costruzione), e un quarto indecifrabile.

Nella torre ha sede il Consorzio per la Tutela dei Castelli Storici del Friuli-Venezia Giulia. Al pianterreno si trovano una rassegna delle tipologie di fortificazioni che hanno caratterizzato il territorio friulano, ed un breve ma interessante excursus sulle strutture feudali e sociali caratteristiche del basso Medioevo, fino alla conquista veneziana. Al primo piano si trova una biblioteca specializzata sulle costruzioni fortificate.

IL LEONE DI SAN MARCO

Cos’è il Leone marciano di cui sentiamo spesso parlare, e a Udine ce ne sono molti, perché si chiama così?

Per Leone di San Marco o Leone Marciano o Leone Alato si intende la rappresentazione simbolica dell’evangelista san Marco, raffigurato in forma di leone alato. Altri elementi in varie combinazioni presenti sono: l’aureola sul capo e un libro ed una spada tra le zampe.

Il Leone di San Marco è secolare simbolo della città di Venezia, della sua antica Repubblica e attuale simbolo del Comune e della Provincia di Venezia, nonché della Regione Veneto e di numerosi altri enti ed amministrazioni civili e militari. Il Leone Marciano compare in tutte le città che sono state sotto il dominio della Repubblica Veneta (solitamente nelle piazze principali e nei palazzi storici). Lo si trova inoltre in bandiere, gonfaloni, stemmi, statue e monete. Compare inoltre nella bandiera navale sia mercantile che militare della Repubblica Italiana.

La simbologia del Leone di San Marco deriva da un’antichissima tradizione delle Venezie, secondo la quale un angelo in forma di leone alato avrebbe rivolto al Santo, naufrago nelle lagune, la frase: «Pax tibi Marce, evangelista meus. Hic requiescet corpus tuum.»[1] (Pace a te, Marco, mio evangelista. Qui riposerà il tuo corpo.) preannunciandogli che in quelle terre avrebbe trovato un giorno riposo e venerazione il suo corpo. Il libro, spesso erroneamente associato al Vangelo, ripropone proprio le parole di benvenuto del leone e, nella maggior parte delle rappresentazioni veneziane, si presenta aperto recando solitamente la scritta latina «PAX TIBI MARCE EVANGELISTA MEVS»

Numerose le interpretazioni simboliche possibili riguardo alla combinazione tra spada e libro:
il solo libro aperto è ritenuto simbolo della sovranità dello Stato (numerose le raffigurazioni dei dogi inginocchiati davanti a tale rappresentazione);
il solo libro chiuso è invece ritenuto simbolo della sovranità delegata e quindi delle pubbliche magistrature;
il libro aperto (e la spada a terra non visibile) è ritenuto popolarmente simbolo della condizione di pace per la Serenissima, ma ciò non è suffragato da alcuna fonte storica;
il libro chiuso e la spada impugnata è invece popolarmente, ma erroneamente, ritenuto simbolo della condizione di guerra;
il libro aperto e la spada impugnata sarebbe infine simbolo della pubblica giustizia.

Tuttavia tali interpretazioni non sono universalmente accettate in quanto la Serenissima non codificò mai i propri simboli rappresentati in modo assai vario. Rare, ma presenti, sono anche raffigurazioni del leone privo sia del libro, che della spada, che talvolta dell’aureola (soprattutto nella rappresentazione statuaria).

Non rare le raffigurazioni in cui il leone poggia le zampe anteriori su una terra in cui spesso compare anche una città turrita e quelle posteriori sull’acqua: tale particolare rappresentazione intendeva indicare il saldo potere di Venezia sulla terra e sul mare.

L’ARCO BOLLANI

L’Arco Bollani è un arco celebrativo situato a lato di piazza Libertà a Udine, costruito nel 1556 e attribuito all’architetto Andrea Palladio.

Situato ai piedi della salita che porta al Castello, l’arco, a singolo fornice, fu fatto erigere dal luogotenente veneto (poi vescovo) Domenico Bollani (1514-1579). L’intento è insieme autocelebrativo e di caratterizzazione veneziana della piazza Contarena (oggi piazza della Libertà), in funzione del Castello di Udine, centro di potere della Serenissima.

I lavori, cominciati nell’aprile del 1556, si conclusero quattro mesi dopo, quando fu issato il leone marciano con le ali di rame. Il nome di Palladio risulta da fonti coeve, così come è documentato un suo intervento sette anni più tardi per l’ampliamento della strada di risalita al Castello e la valorizzazione della visibilità dell’arco.

STORIA DELLA TORRE DELL’OROLOGIO

Visto hanno appena restaurato i due mori, ecco la storia della Torre dell’orologio di Piazza Libertà.
In Piazza della Libertà, a Udine, inglobata nella loggia di San Giovanni, si trova la Torre dell’orologio. È sormontata da due automi che battono le ore su una campana.

La torre fu costruita, tra il 1527 ed il 1530, sulla superficie occupata precedentemente da un’altra torre che crollò. Su di essa era stato installato, nel 1369, un primo orologio acquistato dalla città per 35 marchi. Verso il 1397 la città acquistò un altro orologio che il prete Giovanni da Codroipo aveva fatto nel 1393. L’orologio doveva essere accompagnato da due automi, perché nel 1410 questi furono riparati, dal momento che il loro funzionamento lasciava molto a desiderare.

Dopo essere stato danneggiato da un incendio l’orologio fu riparato, nel 1470, da Antonio da Milano e, nel 1504, Giovanni Cramaro, di Udine, rifece la tinteggiatura e la doratura del quadrante e della lancetta. Dopo il completamento della attuale torre, avvenuto nel 1530, un tedesco, Adam, fu incaricato nel 1543, di ricoprire con rame i due automi di legno, e di procedere, allo stesso tempo, ad effettuare altre riparazioni all’orologio.

L’antica campana essendo poco percepibile, fu sostituita, nel 1589, con una nuova, più grande. Nel 1620, lo scultore Giovanni Grandi, dovette ancora riparare le due statue e, nel corso del XVIII secolo, si dovette ancora, a più riprese, intervenire sull’orologio e sugli automi. Nel 1850 gli automi furono sostituiti con le statue attuali in rame, opera di Olimpo Cescutti, di Udine. Suonano alternativamente le ore sulla campana, per mezzo dei martelli che stringono in mano, ruotando sul loro asse verticale, senza muovere le braccia. L’orologio suona i quarti, le ore e le ripete; dei due quadranti esterni, quello della facciata è illuminato di notte.

Sotto questo quadrante è scolpito, in altorilievo, un leone alato, simbolo di San Marco, opera di Benedetto da Cividale e la seguente iscrizione: “IOANNI MAVRO PRAES. / VTHINA MONIB. AMNE / ARMIS ANONA AVCTA (Traduzione: Al Comandante Giovanni Moro che munì Udine di fortificazioni, di un canale, di armi e di viveri)”. Il 6 marzo 2013 si è
svolta l’inaugurazione della Torre dell’Orologio dopo l’ultimo restauro affidato all’architetto Adalberto Burelli.

Oltre al risanamento delle murature, degli intonaci e del tetto è stato ripulito il cinquecentesco leone marciano e restaurati i quadranti, mentre la revisione del meccanismo dell’orologio è stata eseguita dalla ditta dei fratelli Pino e Vero Solari di Pesariis. Oltre a interventi riguardanti il delicato meccanismo risalente al 1852, è stato realizzato un secondo quadrante interno le cui sfere, essendo collegate a quelle esterne,
si muovono in senso antiorario.

UDINE SCOMPARSA: LA TRATTORIA ALLA PAOLATE

Tra i luoghi della Udine scomparsa che costituiscono l’incontro tra la storia, l’epopea ed il mito, figura sicuramente l’osteria della Paolate, che aveva sede in un edificio che oggi non esiste più, presso l’angolo tra via Liruti e Vicolo Agricola.

Si trattava della casa al numero 1436 della numerazione delle case, di proprietà dei conti Percoto. Qui avevano avuto sede numerose conduzioni di osteria. Nel 1812 troviamo l’osteria “al Giardino fiorito” gestita da Valentino Subero o Zubero. A questi subentra un parente, tale Paolo, a cui nel 1817 viene intimato di munirsi di licenza.

Nel settembre 1825 risulta essere gestita da una certa Paola Zubarte, che dovrebbe essere la giunonica Paolate a cui fa riferimento l’insegna e a cui si riferiscono le memorie di Chino Ermacora, il cantore del Friuli, nel suo celeberrimo Vino all’Ombra. Venne poi il turno degli eredi di Michele Zubaro, che troviamo nel 1852 e che condussero a lungo l’esercizio.

Durante il periodo austriaco questo era un luogo di ritrovo di fervore patriotico, variegato però anche da qualche personaggio più eccentrico che popolava il centro urbano, come Zaneto o il “conte Vino”. Frequente era la visita di Pietro Zorutti e di altri personaggi noti.

Coll’avvento del regno d’Italia, divenne il luogo delle memorie e delle celebrazioni, assumendo definitivamente il nome di osteria “Alla Nazione redenta”, che aveva avuto durante la breve insurrezione del 1848. Vi sostò anche Giosuè Carducci, che era giunto a Udine come ispettore del ministero della pubblica istruizione.

La lunga gestione fu incrociata poi da Italo Balbo che era, dopo la I guerra mondiale, di stanza nel vicino comando degli alpini. L’edificio venne poi demolito nel 1929 per edificarne uno nuovo.

UDINE E LA SUA CULTURA LINGUISTICA

Udine appare citata per la prima volta nel diploma ottoniano del 983, ma è chiaro che la citazione di un nome non significa il momento della nascita di un centro abitato. Archeologi e storici, con continui studi e scoperte, hanno potuto accertarsi della continuità di un centro abitato dall’antichità ad oggi.

Udine, da castelliere a città, dal piccolo nucleo abitato al conglobamento di altri nuclei che lo circondavano, trova, a partire dal 1230, quelle fortunate coincidenze e quel fervore che la portano ad essere il nuovo centro motore del Friuli. E’ anzi il centro del Patriarcato di Aquileia che abbraccia un territorio che va dal Cadore all’Istria sotto il profilo temporale.

Questa funzione di Udine come capitale del Patriarcato condiziona anche la sua vicenda linguistica. Udine partecipa con tutti gli altri centri contermini all’evoluzione del latino popolare in friulano, ossia nel ladino orientale. L’irradiazione di Aquileia prima e di Cividale, capitale del Ducato Longobardo, successivamente si attenuano e Udine lancia un suo modello, che peraltro condivide con il Friuli centrale.

La popolazione delle ville e dei borghi di Udine parla friulano, tuttavia i Patriarchi di origine transalpina aggiungono una corte che parla tedesco. Il latino viene adoperato da notai e chierici, specialmente per gli scritti. Quando l’influsso dei Patriarchi tedeschi, viene sostituito da quello dei Patriarchi Guelfi, avviene un’apertura verso i linguaggi italiani, strutturati per lo più di nella forma di un italo-veneto.

Giungono però nel Trecento e nei secoli seguenti diverse famiglie di mercanti e di imprenditori, in particolare toscani. Nel XV secolo la fine dello Stato patriarcale e l’instaurazione della dominazione veneziana danno vigore alla componente veneta del linguaggio. E’ interessante seguire scrittori e funzionari della varie epoche per avere un’idea di quello che si parlava a Udine e si è parlato fino la secolo scorso. Tocca tenere presente che il linguaggio manifestava il ceto di appartenenza dei cittadini.

Possiamo dire che, se la presenza friulana a Udine, non ha soluzione di continuità, nonostante le continue immigrazioni, tipiche dei capoluoghi e dei centri di attività economiche e politiche, la friulanità linguistica di Udine ha dovuto convivere e convive con altri linguaggi almeno dal Trecento al Quattrocento. la situazione attuale testimonia la copresenza a Udine del friulano, del veneto e dell’italiano.

Altre lingue minoritarie sono parlate da cittadini venuti da altre aree linguistiche e non mancano ora nemmeno i linguaggi extracomunitari. Il friulano di Udine ha subito alcune modifiche nel secolo scorso, distaccandosi quanto a pronuncia dalla campagna friulana che lo circonda, analogamente a quanto è accaduto ad altri centri friulani: Cividale, Gorizia, Spilimbergo. Si deve però dire che i paesi della periferia di Udine hanno in gran parte mantenuto il medesimo linguaggio del Comuni viciniori.

Il friulano di Cussignacco e quello di Godia, in comune di Udine sono di schietto tipo conservativo del friulano centrale e non hanno subito l’assibiliazione e la perdita delle prepalatali, caratteristiche del centro cittadino udinese con estensione a Chiavris e Baldasseria. Il veneto parlato a Udine, che, non si dimentichi, era la sede del Luogotenente veneziano ha caratteristiche proprie, appunto per la convivenza con il friulano e si distacca dal veneto triestino e gradese, quest’ultimo di tipo arcaico.

E’ stato il linguaggio della borghesia mercantile cittadina e delle famiglie aristocratiche. Il veneto udinese era ed è, sebbene in misura minore, parlato anche nelle piazze delle cittadine friulane delle varie province. L’italiano, la cui presenza avviene a partire dall’influsso veneto e toscano (un italiano pieno di venetismi) si afferma con i banchieri e gli immigrati fiorentini e senesi, agenti spesso di banche e appaltatori di gabelle.

Dal Cinquecento l’italiano si introduce anche attraverso il prestigio letterario e le classi colte ne fanno uso. Da allora la lingua italiana è una componente della città di Udine che diventa così trilingue quanto a popolazione locale, con le sue varie stratificazioni sociali.

Esaminando la situazione attuale si constata che a Udine si parla sempre meno veneto, preferendo l’italiano vero e proprio, e si nota una maggior frequenza della lingua friulana. Si sta quindi passando da una situazione di triglossia (veneto, friulano, italiano) ad una diglossia (italiano, friulano).

È una tendenza che può essere di moda e momentanea, come l’indicazione di un assestamento linguistico stabile. Non diciamo definitivo perché le lingue sono organismi vivi e quindi sempre dinamiche.

Il recupero del friulano, dovuto anche all’immigrazione in città di tanti friulani della provincia, nasce anche dalla consapevolezza delle propri radici popolari e storiche. Non per nulla oggi si caldeggia il ripristino di antichi nomi di vie e di piazze, di borghi e ville, oscurati da altre intitolazioni, spesso decise da gruppi politici.

Udine, essendo città capoluogo, ha
subito continue immigrazioni, ma è suo merito di aver mantenuto al sua anima friulana, cosa che Pordenone linguisticamente non è riuscita a conservare, mentre Gorizia è in pericolo di perdere.

Chi ha scritto che Udine non è una città friulana pur essendo nel cuore del Friuli, non ha compreso che una città capitale rimane sempre un punto d’incontro tra la sua terra ed altre.

PIAZZA LIBERTÀ.

Fin dai tempi più antichi, alla base del Castello, esisteva uno spiazzo degradante dal colle, abbastanza ristretto, dove, qua e là, sorgevano delle casupole che circondavano un’area di libera circolazione.

Dal XIII secolo, le mura della seconda cerchia tagliavano l’attuale piazza tra la colonna con il Leone di San Marco e la Statua della Pace, passando poi fra le vie Cavour e Via Rialto. Le vie Cavour e Manin erano allora una fossa e, a fianco della colonna, circa dove oggi c’è la fontana, si apriva Porta Aquileia.

La piazza fu ampliata verso sud nel 1171. Una roggia proveniente da Via Rialto passava davanti le case del lato meridionale della piazza scaricandosi nella fossa. Questo piccolo spazio, fino al secolo XVIII, era il luogo di ritrovo dei sensali del vino e prese perciò il nome di “Plàzze dal Vin”, Piazza del vino.

Dopo la metà del 1300, nella piazza ebbe sede la “Domus consilii” o “Domus comunis”. Prima invece il consiglio cittadino si teneva in una casa nella vicina via Manin. Questo spiazzo venne quindi chiamato “Plàzze dal Común” piazza del Comune.

Con l’avvento della dominazione Veneziana, il luogotenente Girolamo Contarini nel 1484 volendo abbellire la piazza, l’allargò facendo abbattere alcune vecchie case. Nel 1531 un altro Contarini demolì la diroccata chiesa di San Giovanni distrutta dal terremoto del 1511 e la rialzò col terrapieno per renderlo piano. Fu allora che prese il nome di “Plàzze Contarene”, Piazza Contarena, nome che nel secolo XIX si estese anche alla Plàzze dal vin.

La parte rialzata, durante il dominio austriaco, dicevasi anche “Gran Guardie”, perché c’era un corpo di guardia permanente nei saloni del porticato a sud della chiesa. Infatti in alcune stampe si vede anche rappresentata al centro della piazza una rastrelliera per fucili. Nel 1866, con l’annessione all’Italia, piazza Contarena e la Plàzze dal Vin vennero unificate e intitolate a Vittorio Emanuele II. Al centro della piazza nel 1883 fu posto il monumento equestre al re, dove fino all’epoca austriaca era posta la “berlina”.

Il 12 maggio 1945 alla piazza venne imposto il nome “Della Libertà”. Il 12 novembre 1947 il monumento a Vittorio Emanuele II venne trasportato nei Giardini Ricasoli. Definita la più veneziana dopo San Marco, è un piccolo gioiello architettonico al cui fascino non ci si può sottrarre.

L’arredamento della piazza si può dire un insieme che una mano felice ha disposto in pochi metri quadrati di superficie. I giganti di pietra, l’arco d’ingresso al Castello che domina dall’alto di un colle, la statua eretta in occasione del trattato di Campoformido, le due colonne, l’una con la statua della Giustizia, l’altra col Leone veneto, e infine, l’elegantissima fontana, sembrano tutti personaggi riuniti in un salotto di inarrivabile armonia, posti fra il Porticato rinascimentale di San Giovanni e la Loggia gotico-veneziana del Lionello, sorvegliati dai due mori che battono le ore sul tetto della torre dell’orologio.

UDINE SCOMPARSA: IL CINEMA EDEN.

Nell’area ove ora sorge l’ex Palazzo dell’UPIM (tra Piazza Belloni, Via Cavour e Via Savorgnana), un tempo si trovava il cinema Eden, che era il più grande della città.
Prima, nella stessa area sorgeva il palazzo cinquecentesco della nobile famiglia Belloni. Posta al n. 3 della via, aveva nella facciata un gigantesco San Cristoforo dipinto da Pomponio Amalteo.

Questa casa venne abbattuta e sostituita con un edificio di stile liberty, che ben si univa al vicino costruendo palazzo comunale. Il progetto dell’opera fu ideato dall’architetto Provino Valle. Il risultato fu un opera elegante e leggera che, come scrive Maurizio Buora, “aveva richiami della poetica transalpina e in particolare di Wagner”.

L’edificio era stato pensato con dei negozi prospicienti su Via Cavour e con un bar, da cui si poteva accedere direttamente alla biglietteria del cinema, che aveva l’ingresso nell’allora Via Belloni. Questo bar poi acquisirà il medesimo nome, Eden Bar, e sarà uno tra i più frequentati della città. Venne finanziato da una cordata di imprenditori con a capo il commerciante Marco Sartori e realizzato dall’impresa D’Aronco.

L’impianto luci invece era stato eseguito dalla ditta Agnoli & C.
Il Cinema Eden venne inaugurato il 15 aprile 1922, giorno di Pasqua, candidandosi a divenire la più grande ed elegante sala della città. Contava 750 posti divisi in platea, galleria e loggione.
La sera dell’inaugurazione fu proiettato il film “Marion”, del 1919, con Francesca Bertini. La serata era di gran gala e il giorno dopo i giornali presentarono puntuali i resoconti, sottolineando come la proiezione fosse “gremita di scelto pubblico”.

L’inaugurazione si concluse con un “sontuoso rinfresco” presso il Trombone di via Pracchiuso, accompagnato musicalmente dalla “insuperabile filantropica e futuristica Jazz band scout musik Pikmat” di Eugenio Pinat. Si tenne per l’occasione anche una pubblica colletta, che raccolse 127 lire, donate alla vicina Casa di Riposo.

Il cinema si distinse per offrire i titoli di maggior richiamo, ottenendo spesso grandi successi di pubblico. Qui nel 1926 si proiettò con grandissimo concorso di folla, anche il documentario sulla prematura morte di Rodolfo Valentino.

La direzione era saldamente tenuta in pugno dal Cavalier Remo Volterra, che con autorevolezza e savoir-fair riusciva ad incanalare la folla fino a riempire ogni ordine di posti.

Un’altra figura fondamentale fu il direttore d’orchestra Virgilio Aru, che provenendo dal Moderno di Via Aquileia, il 16 settembre 1926 iniziò a dirigere l’orchestra dell’Eden, composta da 10 elementi. Accompagnò quel giorno la pellicola “Madame Sans Gêne”rdquo; con Gloria Swanson. Si distinse per la capacità di interpretare le pellicole, anche con brani da lui composti. Divenne una celebrità cittadina.

Quella che però per Aru sembrava una luminosa carriera, venne troncata con il sonoro, che all’inizio degli anni Trenta si impose anche in Italia. Il 22 gennaio del 1931 si proiettò all’Eden il primo film parlato: “Sei tu l’amore?”, prodotto a Hollywood con attori italiani, tra cui Alberto Rabagliati.

Seguito dal cortometraggio Topolino pianista. Ad Aru non rimase che trasferirsi a Roma in cerca di fortuna, con la numerosa famiglia.
L’Eden mutò nome ai tempi della guerra d’Etiopia, in epoca di sanzioni, per ragioni di “antipatia” verso il primo ministro inglese Eden: venne chiamato Savoia. Quando Udine, nel settembre 1943, venne occupata dai Tedeschi, anche il nome Savoia assunse una certa inopportunità politica.

Si cambiò quindi nuovamente nome e il 25 ottobre di quell’anno, con la proiezione della pellicola “Calafuria”, con Doris Duranti, il nome divenne quello di G
aribaldi. Terminata la guerra, Garibaldi era divenuto il simbolo del Fronte Popolare e quindi, a scanso di equivoci, i proprietari gli misero un nome “sicuro” e non schierato: Centrale.

Purtroppo questo bell’edificio fu abbattuto nell’inverno del 1958, a causa di amministratori poco lungimiranti. Al suo posto venne costruito un palazzo moderno, l’attuale, per ospitare i nuovi magazzini UPIM.
Scrive Renzo Valente nel suo bel libro “Udine 16 millimetri”: «Per me l’Eden era il principe dei cinematografi cittadini. Il più chic. Intanto il nome. Poi il posto, più i terrazzini fuori, che se a uno il film non andava, poteva venir a prendere il fresco sul davanti in piazza Vittorio oppure in Via Cavour…».

LA VERA STORIA DELLA CASA VENEZIANA DI PIAZZA XX SETTEMBRE.

Trasloco e restyling della Casa Veneziana, e la piazza rinacque È l’unico esemplare a Udine con l’originaria facciata in gotico fiorito. Apparteneva ai conti di Montegnacco e sorgeva in via Rialto

La loggia del Lionello, cara a tutti i friulani, è il monumento più conosciuto della città di Udine che, insieme alla loggia di San Giovanni, chiude la scenografica piazza della Libertà, definita da Foratti la più veneziana d’Italia, dopo ovviamente Venezia. L’arco Bollani edificato su progetto di Andrea Palladio nel 1556, è un’importante opera d’arte che, nel suo stile dorico, è divenuta un simbolo per la città.

Accanto a queste preziose architetture, troviamo nella vicina via Rialto un’altra traccia della storia veneziana udinese. Proprio in questo angolo nasceva il primo nucleo veneziano della città, con una denominazione che traeva origine dal fatto che da questo luogo partivano i servizi di posta a cavallo per il ponte di Rialto a Venezia. Per questo motivo sorsero nella via Rialto diverse case, fra cui la quattrocentesca Casa dei Montegnacco. Queste case, riunite in un’unica proprietà, furono lungamente possedute dalla nobile famiglia dei Conti di Montegnacco, originaria dalla Baviera, che vennero ad abitare a Udine nel 1360 oltre anche alla famiglia dei Conti Manin.

Si tratta dell’unico esemplare di Casa Veneziana che ha conservato nei secoli l’originaria facciata dallo stile gotico fiorito, finché fu demolita nel 1910 per far posto alla nuova fabbrica comunale dell’architetto Raimondo D’Aronco, anche se con l’intento di ricostruirla altrove.

Infatti, tutti gli elementi lapidei e decorativi della facciata (il portale, la trifora, il poggiolo, gli archi trilobi delle finestre) vennero smontati e sistemati provvisoriamente nei Musei Civici del Castello di Udine, in attesa di individuare un nuovo spazio per la loro collocazione (una prima ipotesi prevedeva di applicare le pietre recuperate nella cosiddetta Palazzina del Comando del Castello). Un oblio che tenne banco quasi vent’anni. Fu infatti necessario aspettare il periodo fascista per ricostruire la Casa Veneziana. Il legato Toppo Wassermann, aveva decretato nel 1927 la ricostruzione della Casa Veneziana, nel pieno fervore della propaganda fascista.

Ma accanto all’opportunità della trasformazione, vi era un obiettivo comune, che pretendeva di rimembrare i fasti della Udine veneziana, a pregiudizio della centralissima piazza XX settembre, uno spazio pubblico centro della vita cittadina. Il Campo veneziano (antesignano toponimo del nome della piazza) è sempre circondato da bei palazzi, di stile gotico o rinascimentale, quasi sempre “benedetto” dalla presenza di una chiesa e spesso punteggiato da qualche albero. Nel centro, il pozzo occupa una posizione privilegiata. La piazza XX settembre godeva di tanti di questi benefici; uno scenario unico che inglobava anche il palazzo Kechler e il nuovo palazzo delle assicurazioni dell’Ina. Una centralissima piazza, che custodiva la storia di Udine, nell’avvicendamento di uomini, avventure, delitti e pregiudizi.

In questo contesto cruciale per l’identità di Udine, trovò spazio il progetto di trasformazione dell’edificio Ciconi Florio, inserito nella riqualificazione della piazza, uno spaccato urbano che avrebbe legato con l’innesto della Casa Veneziana: un binomio vincente che esaltava il prestigio della città, del rito, dello scambio. Luogo rappresentativo della Comunità.

Si manifestava l’esigenza di rendere più decoroso il fronte est della piazza XX settembre, che era decisamente sottotono rispetto alla facciata neoclassica di palazzo Kechler. Fu anche per questo motivo che venne proposto l’inserimento delle facciate veneziane sul modesto fabbricato Ciconi Florio. Fra i primi a reclamare l’assegnazione dell’incarico vi fu l’architetto Cesare Miani. L’amministrazione dei Legati volle seguire altre strade, fu per questo motivo che l’attività di riforma venne affidata all’architetto Alberto Riccoboni (1894-1973), nota figura del mondo culturale artistico triestino, Sopraintendente della regia Soprintendenza alle Antichità e Belle Arti di Trieste, che nello stesso periodo stava realizzando il restauro del Castello di Miramare, destinato all’abitazione del Duca Amedeo Savoia d’Aosta.

Si volevano mantenere, compatibilmente con l’esistente, i caratteri della Casa veneziana, anche se i tre affacci non avrebbero mai potuto garantire una fedele riproduzione, poiché la Casa Veneziana di via Rialto aveva un unico affaccio ed era diciassette metri più stretta degli attuali tre affacci. Inoltre, la facciata originale presentava ventuno finestre (una trifora, due bifore, dieci monofore e sette piccole bordi di finestrelle) mentre il nuovo progetto ne contemplava ventisette, dando adito alla necessità di sei nuove finestre da distribuire su un’unica facciata.

La trasformazione riguardava non solo il restyling della facciata, previo l’inserimento delle originali parti lapidee, ma anche l’innalzamento di ben due metri del piano di copertura, lo spostamento dei solai, la rimozione del vano scala con la collocazione di un nuovo corpo scale e la ridistribuzione degli spazi interni.

Inoltre nelle opere complementari si collocò sul plateatico della piazza, verso l’Albergo Friuli, la vera di pozzo dell’Ospedale Vecchio, poi spostata al Castello, un’autentica opera d’arte, risalente al 1588.

Sandro Shultz