29 Dicembre 2001

PRESEPE 2001: LA GRANDE CERCA

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Parrocchia «Beata Vergine delle Grazie » – Udine


II presepe di quest’anno è ambientato nella storia epico-cavalleresca del Graal.
Libro guida nell’allestimento è «Mort d’Arthur» di Thomas Malory, preferito al “Iibro francese” da esso citato (i poemi di Chretien de Troyes e di Aschenbach) proprio per I’atmosfera di «fine di un’epoca e di trasformazione religiosa, culturale e politica>> che questo cavaliere errante del Quattrocento inglese – che partecipa alia Guerra dei Cento Anni e ben conosce le grandi corti dell’epoca sa trasmettere in modo modernissimo.


PERCHE’ IL GRAAL?

La ricerca del Graal, la grande Cerca, e la folle impresa che porterà alIa morte dei molti cavalieri coinvolti (tra cui Galahad, il cavaliere puro e predestinato a trovare il Graal), ma anche alla fine del regno e alla distruzione della Cavalleria, determinando cosl la fine di un’epoca.
Ma è al contempo la stessa ricerca che interpella quotidianamente ogni uomo, sia esso credente o meno: è la ricerca del senso della vita, che per il cristiano si configura in Dio e nel suo rivelarsi al mondo attraverso Cristo, donando così senso e significato al Creato.
II cavaliere che affronta la cerca dà quindi compiutezza al mondo: al termine della cerca egli completa la sua funzione, concludendo la propria vita e con essa il mondo stesso. Solo in questo modo egli consente lo svelamento di un mondo nuovo, inconosciuto e straniero.

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LE SCENE

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1 ) Apparizione del Graal

II Graal appare all’inizio con tutti i suoi connotati fiabeschi o legati alia religione antica ma si rivela essere il calice usato da Gesù nell’Ultima Cena accompagnato dalla lancia di Longino, il soldato romano che trafisse il fianco di Cristo morto in croce.

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2) Vestizione di Galahad

II racconto della conquista ..magica.. di grandi armi offre la parallela lettura cristiana della Lettera agli Efesini : «Prendete I’armatura di Dio perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi. cinti i fianchi con la veritaà, rivestiti con la corazza della giustizia [Is 11.5; 59.17] e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo del’a pace [Sap 5.18; Is 52.7]. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito [1 Gv 2,14] cioè la parola di Dio» (Ef 6,13-17).

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3) La partenza

La partenza per la ricerca del Graal simboleggia I’abbandono della vita precedente e delle certezze acquisite per andare incontro all’ignoto ma soprattutto a se stessi .

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4) Inizio dei combattimenti

Galahad, il puro, il predestinato, si trova a combattere contro i sette cavalieri malvagi. Questi. nella lettura cristiana. simboleggiano i sette peccati capitali contro cui affinare quotidianamente le nostre armi.

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5) Le due vie

E’ la scelta a cui viene chiamato ogni cavaliere/uomo durante la vita: da un lato tanatos, la via della morte; dall’altro bios, la via della vita. che può essere intrapresa solo dal cavaliere puro e senza macchia di peccato.

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6) La foresta perigliosa

Una delle tappe di tanatos, la via della morte, è questa foresta in cui trova gioco la lotta tra il bene ed il male. II cacciatore con I’arco (il demonio. padre della morte e della guerra) insidia da vicino il Re Cervo, dal candido mantello (simbolo di Cristo nella sua integra purezza).

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7) L’albero dell’impiccato

In questa scena, cruda di esecuzioni e di morte, viene posta la fine alla funzione della cavalleria. Avendo tuttavia intrapreso la via della morte. chi vi si è avventurato non ha potuto dare adeguato compimento alla propria vita alIa luce del Graal.

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8) II ponte periglioso

I due leoni (i custodi dell’Eden cristiano) vigilano affinché il ponte sia attraversato solo dai puri di cuore. Galahad, insieme a chiunque scelga bios, la via delia vita, cammina sull’inenarrabile baratro degli inferi, lasciandosi alle spalle un mondo di maturazione e di redenzione. All’altro estremo del ponte si aprirà il mondo altro della conoscenza, il paese del Graal, il paradiso cristiano che – in quanto Eden – dovrà essere riconquistato attraverso numerose altre prove .

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9) La cappella del Graal

Gaiahad (ri)trova finalmente lo scopo della propria cerca: ecco il Graal, nelle due specie della coppa e deila lancia. Entrambi sono tesori che il cavaliere non può custodire egoisticamente, ma deve mettere al servizio del Bene sommo.

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10) La guarigione del Re

La lancia di Longino, intrisa del sangue del costato di Cristo, e lo strumento attraverso cui Galahad compie la miracolosa guarigione del Re Pescatore. Ma, specularmente, è anche Galahad stesso ad essere strumento della lancia in questa taumaturgia. II cavaliere si stabilisce nel paese a cui ha ridonato prosperità, per custodire il Graal.

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11) Riconsegna del Graal

Galahad è giunto al termine del proprio cammino e, contemporaneamente, della propria funzione nel mondo e della propria vita. Egii riconsegna volontariamente ii Graal, che nella lettura cristiana corrisponde a rimettere il dono della propria vita a Dio, chiedendo di esse re accolti alia visione del Suo Volto, secondo I’insita promessa della Cerca.

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12) II Graal e Cristo

In una conduzione epica e religiosa, la “povera” coppa riconsegnata da Galahad si magnifica nell’apparizione mistica della Vergine che reca il Bambino in una coppa “preziosa”. Tout se tien, nell ‘intreccio cristiano viene così offerta la compiutezza al senso del Creato.

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13) La natività

Solo una fragile trasparenza separa il mondo cavalleresco del Graal dal mondo classicamente cristiano del!a Natività. II Cristo nella Coppa è I’unica immagine (quasi una membrana) che rivela il Padre tra gli uomini in forma visibile. Diventa dunque la speranza del futuro per un mondo e un individuo che si sentano giunti al compimento del proprio tempo vitale e delle proprie missioni. II futuro e la possibilità di un mondo rinnovato passano in ogni senso attraverso quel Bambino, di cui il tradizionale presepe – allestito nel mondo che si apre alle spalle dell’altare del Graal- fa memoria della povera nascita.

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La cerca del Graal è per ogni credente la cerca di Dio, I’impresa folIe del pellegrinaggio terreno; non una sfida epica tra le meraviglie di un mondo favoloso, ma la sfida cavalleresca di quei folli di Dio di cui san Francesco ne è I’esempio piu alto.
E’ il nostro mondo ad offrire a ognuno di noi la folIe impresa di diventare cavaliere di Dio: ed è Dio stesso, secondo la sua promessa, a lasciarsi trovare da chi viene guidato dalla luce dell’amore!

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dal Messaggero Veneto del 2 gennaio 2002

Una singolare scelta natalizia della basilica udinese che fa ricordare sacre simbologie spesso dimenticate

La cerca del santo Graal nel presepe delle Grazie


di MARIO TURELLO

Davvero singolare, il presepe allestito quest’anno nella Basilica della Beata Vergine delle Grazie. Pur se un po’ oscurata dalla grande notorietà che negli ultimi anni hanno acquistato altri presepi, all’aperto, o subacquei, o in grotta, o decorati da celebrità, o dalle sempre più numerose mostre, quello del Santuario udinese vanta una tradizione prestigiosa, caratterizzata da una continuità innovativa: personalmente ricordo i grandi presepi animati negli anni Cinquanta e le suggestive scenografie del regista Vianello; poi, in clima conciliare, le rappresentazioni tematiche, spesso provocatorie, sull’onda della teologia della liberazione (ci furono addirittura dei presepi alternativi – per non dire antipresepi – allestiti dai giovani nel chiostro); poi ancora presepi artistici (vi ebbe parte anche Arrigo Poz), a volte complessi, a volte distillati in scene di assorta essenzialità: poche figure, alcuni simboli, discrete allusioni all’attualità; da ultimo, su idea di fra Roberto Cocco, impostazioni davvero originali, che inseriscono il mistero dell’incarnazione in contesti teologici (lo scorso anno il prologo del Vangelo di Giovanni) o, come quest’anno, allegorici: ed ecco il presepe che mette in scena la cerca del Graal.

Non di facile lettura, e sorprendente per chi non abbia una buona conoscenza del ciclo arturiano e della sintesi che ne diede Thomas Malory: è infatti nella Mort d’Arthur, testo di riferimento per la lettura simbolica di questo presepe, che giunge a perfetto compimento la cristianizzazione del mito graaliano – introdotto in letteratura da Chretien de Troyes – sulle cui origini molto si è dibattuto e molto si dibatte.

C’è chi insiste sulla tradizione celtica e chi sulla novità cristiana e chi segnala le ambiguità che permangono anche alla fine della lunga elaborazione narrativa da parte di tanti autori noti e anonimi; per quanto ci riguarda, utile riesce il riferimento alla voce “Graal” del Dictionnaire des symboles di Chevalier e Gheerbrant, che privilegia la lettura di Béguin: «Il Graal rappresenta a un tempo il Cristo morto per gli uomini, il vaso della Santa Cena (cioè la grazia divina accordata da Cristo ai suoi discepoli) e infine il calice della messa, contenente il sangue reale (N.B.: reél, non réal/royal) del salvatore. La tavola su cui posa il vaso e dunque, secondo questi tre piani, la pietra del Santo Sepolcro, la tavola dei Dodici Apostoli, e infine l’altare su cui si celebra il sacrificio quotidiano.

Queste tre realtà, la Crocifissione, la Cena, l’Eucaristia, sono inseparabili e la cerimonia del Graal ne è la rivelazione, dando nella comunione la conoscenza della persona di Cristo e la partecipazione al suo Sacrificio Salvatore». Lo stesso dizionario prosegue segnalando la natura spirituale della cerca: «La Cerca del Graal inaccessibile simbolizza l’avventura spirituale e l’esigenza di interiorità che sola può aprire la porta della Gerusalemme celeste ove splende il divino calice… la perfezione umana si conquista non a colpi di lancia come un tesoro materiale, ma attraverso una trasformazione radicale dello spirito e del cuore. Bisogna andare più lontano di Lancillotto, più lontano di Perceval, per raggiungere la trasparenza di Galaad, immagine vivente del Cristo». Ma lo stesso Dictionnaire avverte che «nello stato precristiano» il mito del Graal «sembra contenere e riassumere tutti gli aspetti della tradizione celtica.

Significativa anche la conclusione di un acutissimo studio di Etienne Gilson per il quale «il Graal è la grazia dello Spirito santo». E ancora varrà la pena osservare come l’anonima Queste du Graal, cui si rifà Malory, sia tutta intrisa di misticismo cisterciense: il tema graaliano insomma evolve nel senso di quella sintesi tra spirito cavalleresco e spirito religioso che ebbe massimi tra i suoi promotori san Bernardo di Chiaravalle e Raimondo Lullo.

Ma torniamo al nostro presepe: in esso il Graal è il calice che, usato da Gesù nell’ultima cena, fu custodito da Giuseppe di Arimatea, il quale vi raccolse il suo sangue nel momento della deposizione dalla croce, e la lancia è quella di Longino, che inferse la ferita al costato del Salvatore. Quanto ai momenti essenziali della cerca – la conquista delle armi, la lotta contro sette cavalieri malvagi, la traversata della foresta e del ponte periglioso, la guarigione del Re Pescatore – essi non solo ammettono una lettura simbolica, ma possono essere puntualmente commentati, come segnala fra Roberto, da passi scritturistici – Isaia, Sapienza, Paolo, Giovanni – che qui non posso citare.

Si compie, la cerca, davanti a un altare sul quale la coppa di legno è collocata sullo sfondo di un’icona che raffigura la Vergine che regge a sua volta una coppa che (si direbbe quasi l’illustrazione di una pagina di Malory) contiene il Bambino; davanti ad essa s’inginocchia Galaad. Qui i richiami alla Scrittura potrebbero addirittura moltiplicarsi al di là dell’evidente significato cristologico: nel suo studio sul simbolismo medievale Marie-Madeleine Davy si diffonde sul tema biblico del vaso, che dal Vecchio Testamento si riversa tipologicamente su Maria stessa, vas honorabile, vas spiritualis, vas insigne devotionis…

È oltre quell’altare che, non immediatamente visibile, si trova la scena classica della Natività, senso ultimo della cerca ma anche, storicamente, rappresentazione dell’avvento di un nuovo mondo: il cavaliere cristiano non è più l’uomo dell’avventura, della vane gloire, ma l’uomo in traccia di Dio. E fa pensare, questo presepe, anche a ciò che in esso rimane implicito: al fallimento di Perceval (tanto più simile a noi di Galaad), alla sua iniziale incapacità di porre la giusta domanda al Re Pescatore, e di risanare con lui la terra desolata.

Propongo perciò, come lettura complementare, un passo della Foresta proibita di Mircea Eliade: «Solo per il fatto che è stata pronunciata, la “domanda giusta” rigenera e rende fecondi. E non solo l’esistenza umana, ma l’intero Cosmo. Intuisco in questo simbolismo la solidarietà dell’uomo con l’intera natura: l’intera vita cosmica soffre e deperisce per l’indifferenza dell’uomo di fronte ai problemi centrali. Dimenticando di porre la domanda giusta, perdendo il tempo in futilità o domande frivole, uccidiamo non solo noi stessi, ma uccidiamo di morte lenta e di sterilità una piccola parte del Cosmo…».

Vale la pena di rileggerle, quelle pagine, suscettibili anch’esse di un’interpretazione “natalizia”: è il Dio incarnato – lui pure Re, lui pure sofferente – che dobbiamo interrogare: se degni, se puri, sapremo porre anche noi la domanda giusta.
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