13 gennaio 2002

Marco d’Aviano e L’Europa cristiana

marco picture

Tanto grande fu la gloria di Padre Marco durante la sua vita, altrettanto rapido è l’oblio dopo la sua morte.
L’Italia lo ignora, il Friuli non se ne cura… (Marcello Bellina)

Come potranno i posteri rendere degni ringraziamenti a un tale uomo?” (dottor Plozzer, Viceborgomastro di Vienna)

Quando i Turchi videro l’esercito della coalizione cristiana scapparono. Marco d’Aviano non ha incitato alla guerra: ha messo d’accordo quelli che dovevano difendere i loro popoli da una aggressione violenta e ha pregato sul monte facendo scappare (con la preghiera) gli invasori, ha separato i contendenti…

BEATO MARCO D’AVIANO

Contemplativo itinerante
per le strade dell’Europa
fu al centro di un vasto rinnovamento spirituale
grazie a una coraggiosa predicazione
accompagnata da numerosi prodigi.

Profeta disarmato
della misericordia divina
fu spinto dalle circostanze
a impegnarsi attivamente
per difendere la libertà
e l’unità dell’Europa cristiana.

Il Beato Marco d’Aviano
protegga l’Europa
perché possa costruire la sua unità
non trascurando le comuni radici cristiane.

Lasciatevi guidare dall’esempio di questo beato
e portate nel mondo la luce del Risorto.

Giovanni Paolo II alla beatificazione del  27 aprile 2003

BEATO MARCO D’AVIANO
1631 – 1699

Frate cappuccino
Uomo di Dio
Apostolo dell’atto di dolore perfetto
Predicatore di misericordia
Missionario apostolico
Taumaturgo del suo secolo
Consigliere dell’imperatore
Legato pontificio
Promotore di pace
Salvatore dell’Europa

Rinnovò la fede in: Italia, Francia, Belgio, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Cechia Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Croazia…

Il libro “Padre Marco d’Aviano, di Marcello Bellina, da cui sono tratti i disegni, è edito dalle Edizioni Segno (Tavagnacco – UD)

Via E. Fermi, 80/1 – Fraz. Feletto Umberto
33010 – Tavagnacco (UD)
Tel. 0432 575179 – Fax 0432 688729
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dal Messaggero Veneto del 13/01/2002

Marco d’Aviano si avvia a diventare santo, terzo del Friuli dopo Paolino e Scrosoppi.

La causa secolare è giunta felicemente a compimento.

12 settembre 1683, all’alba. Sul monte Kahlenberg che sovrasta Vienna l’esercito imperiale assiste alla messa, riceve la benedizione, viene acceso alla battaglia dai sermoni d’un frate. Da due mesi la città è assediata dai turchi, più di centomila soldati condotti dal vizir Kara Mustafà, che agita il vessillo verde del Profeta affidatogli dal sultano Muhamed IV.

Da tempo Papa Innocenzo XI esorta i regnanti d’Europa a una nuova crociata contro la Mezzaluna, ma il Re Sole fomenta rivolte in Ungheria e sobilla il sultano, altri potentati temporeggiano.

Finalmente, l’imperatore Leopoldo I e il re di Polonia Giovanni Sobieski si alleano, garante il Papa che stanzia sussidi enormi dal proprio erario.

Ma mentre Kara Mustafà avanza ingrossando l’esercito, gli alleati indugiano, raccolgono a stento settantamila armati, si contendono il comando supremo, si ritirano. La famiglia imperiale, i nobili, i legati stranieri fuggono a Krems, Linz, Passavia; a difendere Vienna rimangono undicimila uomini al comando del conte Starhemberg. Il 14 luglio comincia l’assedio, mentre la Bassa Austria e il Burgenland vengono devastati.

E continuano le beghe tra Carlo di Lorena, cognato di Leopoldo, e il Sobieski, per il quale la regina polacca reclama il comando. La spunta quest’ultimo, anche per l’intervento di padre Marco d’Aviano, il cappuccino che da un paio d’anni è il consigliere spirituale e politico del pio e irresoluto sovrano del Sacro Romano Impero.

La sua diplomazia compone i dissidi, la sua oratoria infiamma i soldati, la sua fama di santo taumaturgo lo indica uomo di Dio.

La sua benedizione, le sue promesse sono garanzie di vittoria. È lui a inaugurare col rito eucaristico la giornata del riscatto; dodici ore più tardi i turchi sono in rotta, lasciando sul campo oltre diecimila morti. Vienna e la cristianità sono salve. Due giorni dopo, padre Marco intona il Te Deum di ringraziamento nel duomo di Santo Stefano. Grande è la riconoscenza di Leopoldo I, ma ancora Marco dovrà assisterlo, scuoterlo, spronarlo a dar compimento alla liberazione dei territori cristiani dal giogo turco. In veste di missionario apostolico, mediatore tra disegni politici e confessioni religiose, altre diciotto volte prenderà la strada di Vienna, per caldeggiare la Sacra Lega tra l’Impero, la Polonia e Venezia (s’aggiungerà presto anche la Russia) ed essere artefice della riconquista di Buda e di Belgrado.

Quando nel 1699 viene firmata la pace di Karlowitz, Austria, Ungheria, Transilvania, Slavonia, Croazia e parti della Serbia e della Valacchia sono state sottratte al dominio musulmano.

Pochi mesi dopo padre Marco muore, a Vienna, ov’è giunto per l’ennesima missione, obbediente al mandato della Santa Sede malgrado la sua precaria salute.

Al suo capezzale è Leopoldo I. Singolare e davvero provvidenziale sodalizio, quello tra l’Asburgo re suo malgrado, educato per diventare sacerdote, e il frate friulano, politico riluttante; perennemente indeciso il primo, fortemente volitivo il secondo come si conviene a chi accetta di farsi strumento di Dio.

Per molti anni Marco è stato un frate anonimo, schivo, scarsamente considerato dai suoi maestri e dai superiori. Solo nel 1664 ha ottenuto la patente di predicazione, apparentemente destinato a un normale ministero itinerante della parola, tra quaresimali e avventuali, ma l’8 settembre 1676 la sua benedizione guarisce una monaca inferma da molti anni.

Altri eventi miracolosi si susseguono e padre Marco, acquistata fama di taumaturgo, è richiesto in tutta Europa, sulle piazze e nelle corti. I suoi viaggi apostolici continui lo sfibrano, e mai si esime all’obbedienza che glieli impone.

I suoi carismi sono riconosciuti dalla Santa Sede, ma padre Marco si adopera di sottrarre le sue guarigioni ai meri risvolti miracolistici, agli effetti troppo terreni, e insegna alle folle l’atto di dolore perfetto, che in primo luogo pone la salute dell’anima e la riconciliazione con Dio.

Solo alla fine di drammatiche, emotivamente intense manifestazioni di contrizione i fedeli ricevono la benedizione e i suoi benefici. Secondo i dettami del suo ordine, la predicazione di Marco rifugge dagli eccessi retorici del gusto secentesco, e punta piuttosto al coinvolgimento degli uditori attraverso l’intensità del sentimento, l’insistenza sulle formule, il gestire, e così egli, che non conosce le lingue, riesce a farsi comprendere ovunque.

Nel 1683, chiamato dai magistrati a tenere il quaresimale nella nostra città, l’élite colta lo giudica indegno di parlare a un «uditorio di persone pulite e colte di una città come Udine», ma alla sua partenza dalla città la gente si contende come reliquie i pezzi del suo pulpito.

Divenuto padre spirituale e mentore di Leopoldo, dopo la liberazione di Vienna si trova a propugnare la guerra a oltranza contro i turchi. Chi oggi lo taccia di bellicismo dovrebbe riflettere sulla psicologia dell’epoca, su quello che rappresenta ancor oggi la crociata per l’immaginario religioso, sulla peculiare pietà combattiva che caratterizzò la Controriforma, sul significato simbolico della presenza anticristiana dei turchi come effetto del peccato, problema teologico ancor prima che politico in una visione della storia sub specie aeternitatis.

In essa trovano coerenza l’appello alla penitenza individuale e quello alla sacra milizia, l’ecumenismo religioso e politico a dimensione europea e la guerra di liberazione dai musulmani. Né va dimenticato che Marco si adoperò per salvare la vita dei nemici fatti prigionieri, o per stornare rappresaglie sugli ebrei ingiustamente sospettati. Tutto il suo agire muove dalla fede, e la beatificazione confermerà il frate friulano modello per questi nostri tempi non meno travagliati dei suoi.

M.T.-

Dal Messaggero Veneto del 15/02/2002

Più attenzione a Marco d’Aviano

La stampa ha diffuso nei giorni scorsi la notizia secondo cui a Roma si sarebbero mossi dei passi importanti verso l’attesa proclamazione a beato del nostro conterraneo padre Marco d’Aviano.

Colgo l’occasione per un paio di considerazioni sull’argomento, fra le molte possibili.

1) Come giustamente ebbe a osservare Carlo Sgorlon, chi si dedica allo studio della figura di padre Marco si meraviglia subito del fatto che costui sia conosciutissimo in Europa come un protagonista del suo tempo e, per contro, sia apprezzato assai superficialmente in quel Friuli che gli diede i natali.
Per la verità, oggi questo giudizio andrebbe un po’ rivisto alla luce delle varie iniziative intraprese nell’ultimo decennio, tra le quali si segnala la recente pubblicazione, in versione tradotta dall’originale in tedesco, dell’opera biografica fondamentale su Marco d’Aviano (oltre 500 pagine), scritta dalla studiosa Maria Heyret, allieva del celebre Onno Klopp, in occasione dell’istruttoria del processo di beatificazione.
Mi chiedo: è lecito sperare che adesso (specie se a Roma le cose andranno a finire «sicut est in votis») s’inneschi finalmente anche da queste parti un circuito virtuoso di studi e pubblicazioni dedicati alla figura dell’illustre avianese?

2) Più articolata la seconda considerazione. È normale che davanti a fatti di rilievo storico ciascuno tenda a fornire interpretazioni dettate dalla propria sensibilità personale e dal proprio background culturale. Qualche commentatore, parlando di padre Marco, cade nella tentazione di “semplificare” la biografia del cappuccino avianese in senso illuminista e immanentista, riducendolo, volta per volta, a un saggio consigliere della corona asburgica, o a un infiammato predicatore; a un attivista della Controriforma, o a un geniale stratega militare…

Non che tutto ciò sia falso, ovviamente, ma si presti attenzione: dai documenti storici (vedasi l’opera della Heyret, già citata) emerge fuor d’ogni dubbio che padre Marco fu innanzi tutto un «uomo di Dio», mosso sempre e solo dall’aspirazione ad affermare la gloria dell’Altissimo, grazie soprattutto a una sincera conversione dei cuori. Tutto il resto, quantunque storicamente importante, venne per conseguenza.
E da Dio egli venne compensato con formidabili doni.

A partire dal 1676, anno in cui, come narrano le cronache d’epoca, il frate ottenne la guarigione istantanea di una religiosa di Padova, il suo peregrinare attraverso l’Europa fu tutto un susseguirsi di episodi prodigiosi, guarigioni inspiegabili, liberazioni di indemoniati, in una parola di miracoli, in molti casi (si badi bene) attestati da notai, autorità civili e cancellerie vescovili.
Il Papa d’allora, Beato Innocenzo XI, definì, come noto, Marco d’Aviano «il taumaturgo del nostro secolo». Molti cristiani, che avevano aderito alla Riforma, alla vista dei suoi prodigi ritornarono al cattolicesimo.

Ritengo, in conclusione, che accantonare con sbrigativa sufficienza, come troppo sovente succede, questi – certamente problematici, ma altrettanto ineludibili – risvolti biografici afferenti alla figura del celebre cappuccino friulano non giovi a un corretto approccio conoscitivo, quando addirittura non sia conseguenza diretta di precisi condizionamenti e di un persistente, deprecabile pregiudizio ideologico.

Avvocato Giovanni Brugnera
Pordenone

dal Messaggero Veneto del 15/01/03

La storia del frate che nel 1683 contribuì a fermare gli ottomani davanti a Vienna

Marco d’Aviano un beato che coniugò guerra e pietà

Dodici settembre 1683, all’alba. Sul monte Kahlenberg che sovrasta Vienna l’esercito imperiale assiste alla messa, riceve la benedizione, viene acceso alla battaglia dai sermoni d’un frate. Da due mesi la città è assediata dai turchi, più di centomila soldati condotti dal vizir Kara Mustafa, che agita il vessillo verde del Profeta affidatogli dal sultano Muhamed IV.
Da tempo papa Innocenzo XI esorta i regnanti d’Europa a una nuova crociata contro la Mezzaluna, ma il re Sole fomenta rivolte in Ungheria e sobilla il sultano, altri potentati temporeggiano.

Finalmente, l’imperatore Leopoldo I e il re di Polonia Giovanni Sobieski si alleano, garante il papa che stanzia sussidi enormi dal proprio erario.

Ma mentre Kara Mustafa avanza ingrossando l’esercito, gli alleati indugiano, raccolgono a stento settantamila armati, si contendono il comando supremo, si ritirano. La famiglia imperiale, i nobili, i legati stranieri fuggono a Krems, Linz, Passavia; a difendere Vienna rimangono soltanto undicimila uomini al comando del conte Starhemberg.

Il 14 luglio comincia l’assedio, mentre la Bassa Austria e il Burgenland vengono devastati.

E continuano le beghe tra Carlo di Lorena, cognato di Leopoldo, e il Sobieski, per il quale la regina polacca reclama il comando. La spunta quest’ultimo, anche per l’intervento di padre Marco d’Aviano, il cappuccino che da un paio d’anni è il consigliere spirituale e politico del pio e irresoluto sovrano del Sacro Romano Impero.

La sua diplomazia compone i dissidi, la sua oratoria infiamma i soldati, la sua fama di santo taumaturgo lo indica uomo di Dio. La sua benedizione, le sue promesse sono garanzie di vittoria. È lui a inaugurare col rito eucaristico la giornata del riscatto; dodici ore più tardi i turchi sono in rotta, lasciando sul campo oltre diecimila morti. Vienna e la cristianità sono salve.
Due giorni dopo, padre Marco intona il Te Deum di ringraziamento nel duomo di Santo Stefano.

Grande è la riconoscenza di Leopoldo I, ma ancora Marco dovrà assisterlo, scuoterlo, spronarlo a dar compimento alla liberazione dei territori cristiani dal giogo turco.

In veste di missionario apostolico, mediatore tra disegni politici e confessioni religiose, altre diciotto volte prenderà la strada di Vienna, per caldeggiare la Sacra Lega tra l’Impero, la Polonia e Venezia (s’aggiungerà presto anche la Russia) ed essere artefice della riconquista di Buda e di Belgrado.

Quando nel 1699 viene firmata la pace di Karlowitz, Austria, Ungheria, Transilvania, Slavonia, Croazia e parti della Serbia e della Valacchia sono state sottratte al dominio musulmano.
Pochi mesi dopo padre Marco muore, a Vienna, dov’è giunto per l’ennesima missione, obbediente al mandato della Santa Sede malgrado la sua precaria salute. Al suo capezzale è Leopoldo I.
Singolare e davvero provvidenziale sodalizio, quello tra l’Asburgo re suo malgrado, educato originariamente per diventare sacerdote, e il frate friulano, politico riluttante; perennemente indeciso il primo, fortemente volitivo il secondo come si conviene a chi accetta di farsi strumento di Dio.

L’Onnipotente ha guardato all’umiltà del suo servo e l’ha esaltato; grandi meraviglie opera in lui.

Per molti anni Marco è stato un frate anonimo, schivo, scarsamente considerato dai suoi maestri e dai superiori. Solo nel 1664 ha ottenuto la patente di predicazione, apparentemente destinato a un normale ministero itinerante della parola, tra quaresimali e avventuali, ma l’8 settembre 1676 la sua benedizione guarisce una monaca inferma da molti anni.
Altri eventi miracolosi si susseguono e padre Marco, acquistata fama di taumaturgo, è richiesto in tutta Europa, sulle piazze e nelle corti. I suoi viaggi apostolici continui lo sfibrano, e mai si esime all’obbedienza che glieli impone.

I suoi carismi sono riconosciuti dalla Santa Sede, ma padre Marco si adopera di sottrarre le sue guarigioni ai meri risvolti miracolistici, agli effetti troppo terreni, e insegna alle folle l’atto di dolore perfetto, che in primo luogo pone la salute dell’anima e la riconciliazione con Dio. Solo alla fine di drammatiche, emotivamente intense manifestazioni di contrizione i fedeli ricevono la benedizione e i suoi benefici.

Secondo i dettami del suo ordine, la predicazione di Marco rifugge dagli eccessi retorici del gusto secentesco, e punta piuttosto al coinvolgimento degli uditori attraverso l’intensità del sentimento, l’insistenza sulle formule, il gestire, e così egli, che non conosce le lingue, riesce a farsi comprendere ovunque.

Nel 1683, chiamato dai magistrati a tenere il quaresimale nella nostra città, l’élite colta lo giudica indegno di parlare a un «uditorio di persone pulite e colte di una città come Udine», ma alla sua partenza dalla città la gente si contende come reliquie i pezzi del suo pulpito.

Divenuto padre spirituale e mentore di Leopoldo, dopo la liberazione di Vienna si trova a propugnare la guerra a oltranza contro i turchi.

Chi oggi lo taccia di bellicismo dovrebbe riflettere sulla psicologia dell’epoca, su quello che rappresenta ancor oggi la crociata per l’immaginario religioso, sulla peculiare pietà combattiva che caratterizzò la Controriforma, sul significato simbolico della presenza anticristiana dei turchi come effetto del peccato, problema teologico ancor prima che politico in una visione della storia sub specie aeternitatis.

In essa trovano coerenza l’appello alla penitenza individuale e quello alla sacra milizia, l’ecumenismo religioso e politico a dimensione europea e la guerra di liberazione dai musulmani.

Né va dimenticato che Marco si adoperò per salvare la vita dei nemici fatti prigionieri, o per stornare rappresaglie sugli ebrei ingiustamente sospettati.
Tutto il suo agire muove dalla fede, e la beatificazione del frate friulano lo confermerà come modello e paragone per molti problemi di questa travagliata nostra epoca. (m.t.)

dal Messaggero Veneto del 16/03/03

Cardini: «Marco d’Aviano non è Capitan America»
Lo storico contro il Carroccio, che vuole il frate campione della resistenza anti-Islam

ROMA.

Un frate cappuccino del 1600, prossimo alla beatificazione, mette contro la Lega Nord e lo storico cattolico Franco Cardini, noto specialista del medievo e delle crociate. Per la Lega, frate Marco d’Aviano, che ad aprile sarà proclamato beato, è il campione della riscossa europea contro le armate turche, che nel 1683 arrivarono fino a Vienna.

Due deputati del Carroccio (Edouard Ballaman e Flavio Rodeghiero) hanno addirittura proposto che il religioso venga dichiarato compatrono d’Europa proprio per il suo impegno a favore della resistenza anti-islamica. Contro l’interpretazione leghista della vita del frate, Franco Cardini ha scritto un lungo e argomentato articolo sul quotidiano cattolico Avvenire.

Cardini ha accusato i «baldi giovanotti della Lega» di essersi «travestirsi da crociati» e di aver trasformato frate Marco in una specie di «Capitan America» anti-musulmano.

Marco d’Aviano, sostiene lo storico, diventerà beato non per aver predicato e sostenuto la lotta contro gli ottomani (cosa che effettivamente fece), ma per la sua «radicale pietà cristiana, valorizzata da molti e impressionanti episodi miracolosi nei quali appare, in funzione privilegiata, la Vergine Maria».
La polemica si è arricchita di una dura replica di due rappresentanti del gruppo leghista della Camera, Federico Bricolo e Massimo Polledri, che se la prendono con «l’attempato Cardini».

Secondo i due leghisti le «glorie anti-islamiche» di Marco sono fuori discussione, anche se esse sono «molto politicamente scorrette per chi sta oggi alla corte dell’ecumenismo vaticano secondista».

Per i due deputati leghisti il pensiero costante della vita di Marco d’Aviano fu, accanto alla santificazione delle anime, «la salvezza dell’Europa cristiana minacciata dalle orde islamiche». Dinanzi alle quali, aggiungono, «parte del clero, quello più modernista, e i suoi umili portavoce oggi si arrendono».

«Cardini – sostengono ancora –, nel compiacere ecumenisti relativisti moderni, arriva addirittura a declassare le crociate da difesa religiosa dei pellegrini cristiani e del Santo Sepolcro a ordinario conflitto politico fra le potenze dell’epoca.

A Cardini ricordiamo che le crociate furono predicate, indette e guidate da santi confessori, santi papi e santi re: San Bernardo da Chiaravalle, il beato padre Marco d’Aviano, il beato Urbano II, San Pio V, il beato Innocenzo XI, San Luigi IX re di Francia». I due deputati pretendono da Cardini «una corretta smentita». E ricordano che lo scorso 4 gennaio lo storico aveva fatto autocritica sul Corriere della Sera «per aver taciuto sulle innumerevoli persecuzioni mussulmane contro i cristiani perpetrate oggi in tutto il mondo».

dal Messaggero Veneto del 14/04/2003
Il processo, cominciato il 14 aprile 1891, si concluderà domenica 27
Del frate si ricorda soprattutto la difesa di Vienna
ma non va dimenticato che salvò anche nemici ed ebrei

di MARIO TURELLO

Il 14 aprile 1891 iniziò a Vienna il processo informativo per la beatificazione di Marco d’Aviano. Congiunture storiche e riforme procedurali hanno protratto per 112 anni l’impegno di tanti confratelli che finalmente, domenica 27, sarà coronato dalla beatificazione di padre Marco.

Contagiato dall’entusiasmo di padre Venanzio Renier, infaticabile postulatore, negli ultimi anni mi sono accostato alla figura di padre Marco attraverso alcune opere dedicate alla sua figura, tra le quali anche il romanzo di Sgorlon, Marco d’Europa. Nel 1994 scrissi su queste pagine un articolo di cui riprendo la conclusione: «Divenuto padre spirituale e mentore di Leopoldo, dopo la liberazione di Vienna si trova a propugnare la guerra a oltranza contro i Turchi.

Chi oggi lo taccia di bellicismo dovrebbe riflettere sulla psicologia dell’epoca, su quello che rappresenta ancor oggi la crociata per l’immaginario religioso, sulla peculiare pietà combattiva che caratterizzò la Controriforma, sul significato simbolico della presenza anticristiana dei Turchi come effetto del peccato, problema teologico ancor prima che politico in una visione della storia sub specie aeternitatis. In essa trovano coerenza l’appello alla penitenza individuale e quello alla sacra milizia, l’ecumenismo religioso e politico a dimensione europea e la guerra di liberazione dai musulmani.

Né va dimenticato che Marco si adoperò per salvare la vita dei nemici fatti prigionieri, o per stornare rappresaglie sugli ebrei ingiustamente sospettati. Tutto il suo l’agire muove dalla fede, e l’auspicata beatificazione del frate friulano lo confermerà come modello e paragone per molti problemi di questa travagliata fine di millennio».

Mi pare che quelle considerazioni mantengano una scottante attualità in questo ancor più travagliato inizio di millennio. Si sono avuti, in questi ultimi mesi, parecchi segnali preoccupanti di strumentalizzazione o di misinterpretazione storica sulla questione, oltretutto riduttiva, del ruolo di padre Marco “campione dell’Europa cristiana” nel rapporto tra Cristianità e l’Islam.

Ricordo alcuni fatti significativi: nell’annunciare la beatificazione di Marco d’Aviano, Vittorio Messori paventa la possibilità di attentati, poiché, se «i musulmani del suo tempo guardarono a lui con rispetto, se non con ammirazione il fondamentalismo recente lo ha trasformato in un “nemico”» e la sua figura suscita «un fremito d’ira di un certo mondo islamico».
Gli risponde in un newsgroup di approfondimento storico uno studioso anonimo che accusa Messori di enfasi, di falsità, di ignoranza, e rilegge lo scontro tra l’impero asburgico e quello ottomano in una chiave politica assai meno manichea di quella cui siamo avvezzi. Due parlamentari leghisti, Edouard Ballaman e Flavio Rodeghiero, propongono di eleggere Marco d’Aviano a patrono d’Europa; risponde loro Franco Cardini che frate Marco non è un “Capitan America” anti-musulmano e ricorda che egli diventerà beato non per aver predicato e sostenuto la lotta contro gli ottomani (cosa che effettivamente fece), ma per la sua «radicale pietà cristiana, valorizzata da molti e impressionanti episodi miracolosi nei quali appare, in funzione privilegiata, la Vergine Maria».

Altri due deputati leghisti, Federico Bricolo e Massimo Poliedri, ribadiscono le «glorie anti-islamiche» che secondo loro appaiono «politicamente scorrette» «per chi sta oggi alla corte dell’ecumenismo vaticano secondista», al «clero modernista», agli «ecumenisti relativisti» che declassano persino le crociate a «ordinario conflitto politico fra le potenze dell’epoca». Per Pier Luigi Pellegrin questa beatificazione «sembra dimostrare un’inversione di tendenza, dopo i ripetuti tentativi di dialogo (se non di vero e proprio sincretismo) avviati dal Vaticano negli ultimi anni».

Il giornale on-line NO GOD giudica «inopportuna e molto pericolosa» una beatificazione che potrebbe «accendere una miccia all’interno di una polveriera già di per sé pronta a esplodere». E potremmo continuare: anche la Vita Cattolica si riferisce a un insegnamento di padre Marco «rispetto all’attuale pericolo di uno scontro di civiltà».

Io sono convinto che oggi gli scontri non sono mai altro che scontri di inciviltà, e non è una battuta. Ho di recente avuto modo di riflettere sia sul pensiero di René Girard sulla rivelazione cristiana dei meccanismi vittimari, sia sulla teologia della pace che da poco, dalla Pacem in terris appena, si va sostituendo alla teologia della guerra, e credo che a fronte della triste constatazione del perpetuarsi dei conflitti e dell’ingiustizia sia motivo di ottimismo e di speranza il diffondersi di una nuova coscienza etica sempre meno disposta a farsene complice o spettatrice passiva.

Alla luce di questa nuova sensibilità andrà riletta anche la vicenda di padre Marco “degli eserciti”, con l’onestà di inquadrarla a sua volta nella temperie religiosa e culturale dei suoi tempi. Nel ricordare come padre Marco salvò la vita a centinaia di turchi e di ebrei, padre Venanzio Renier scriveva pochi anni or sono: «Il pensiero vola al Kosovo, alle popolazioni dei Balcani e di molte altre nazioni dell’Africa e del mondo che soffrono inauditi disagi per le guerre, la fame, le lotte fratricide fra le varie etnie. Una speranza potrà venire dall’Europa: ma a condizione che diventi davvero un’Europa unita, pacifica, generosa e portatrice di pace, come la voleva trecento anni fa padre Marco».

Questo si legge in prefazione alla più importante biografia su Padre Marco, quella di Maria Héyret; ampia, documentata, ma purtroppo a carattere più agiografico che storico, e meno “ecumenica”, nella sua apologia del cattolicesimo e degli Asburgo, di quanto lo fosse la predicazione dello stesso Marco. C’è da sperare in un’opera di ampio respiro storiografico, che contestualizzi Marco in modo sereno, magari ampliando l’orizzonte agli “antagonisti”.

Buona è l’impostazione, ma malamente condotta, di Mezzaluna e croce.

Marco d’Aviano e la salvezza d’Europa di Eirich Feigl, di recente tradotto su iniziativa del Comitato imprenditori del Veneto. In una nota a pagina 182 si legge: «Il 12 settembre 1683, giorno della liberazione di Vienna. Il 12 settembre 2000 la Unione Europea rimosse le ineffabili sanzioni contro l’Austria decretate per la partecipazione al Governo del Partito Liberale. Gli amici e i devoti di Padre Marco lo considerano come un particolare segno».

 

 


 

 

UNA PROFEZIA DEL 1991 ? 

 

PADRE  MARCO DAVIANO  (Di don Marcello Bellina p.132 ed. Segno 1991)

 

Perché tanto ritardo?

 

Perché tanto ritardo nel riconoscere ufficialmente la statura gigantesca di padre Marco come
uomo come politico come stratega come santo?

I motivi che si adducono sono vari, ma uno solo –  per i Cristiani – sembra di capitale importanza. Oggi la
potenza musulmana si fa di nuovo colossale e preoccupante come ai tempi di Padre Marco. La Mezzaluna ha gi
à ricominciato la conquista del mondo, con mezzi pacifici e con mezzi militari.

Ricordiamo che le famiglie cristiane dEuropa, in media, hanno poco più di un figlio ciascuna.

Lefamiglie musulmane ne hanno 10. E questi 10 figli sono un loro diritto, ma sono pure la nostra condanna. Abbiamo tradito la legge di natura, e la legge di Natura non perdona mai: chi sbaglia paga.

Interi paesi della Francia meridionale sono già in mano i Mussulmani. I francesi sono fuggiti in massa. La polizia non vi entra né di giorno né di notte.

La Massoneria mondiale – Italiana compresa – favorisce l’espansione del Musulmanesimo in odio alla fede Cristiana.

In Libano e in tutto il Medio-Oriente salvo lIrak – le comunità Cristiane vengono sistematicamente annientate. Le Repubbliche musulmane della Russia si stanno svegliando. Presto i Mussulmani saranno maggioranza anche in Israele, malgrado la feroce lotta condotta contro di loro dagli ebrei. Iran e Algeria si riarmano spaventosamente.

I serbi, in gran parte Mussulmani, premono sui confini della Croazia della Slovenia. Distruggono e conquistano ogni giorno terreno. L’Italia in genere e il Friuli in particolare temono giustamente un nuovo predominio della Mezzaluna. I Cattolici dell’Istria fuggono. Quelli che restano sono braccati, derubati, uccisi.

In Italia e nel mondo i minareti si innalzano più alti dei campanili e sono sempre più numerosi.

I cattolici vendono le loro chiese o le trasformano in musei. I Musulmani costruiscono nuove Moschee, fanno ovunque nuovi adepti e stanno conquistando l’Africa Nera.

Il fondamentalismo Mussulmano trionfa ovunque e non si trova alcun mezzo per arginarlo.

La beatificazione di padre Marco avrà lo stesso valore di tante sue prediche infuocate tenute a Vienna in cui gridava: Questo è un castigo di Dio, convertitevi!

Se terremo conto di questo tragico avvertimento, potremo ancora salvarci.

Dio vi concederà la vittoria – diceva padre Marco. In caso contrario vedremo ancora un giorno non lontano il serpente di fuoco che segnava la strada percorsa dagli eserciti di Karà Mustafa. E non sarà più solo Vienna circondata da una cortina di fuoco e fiamme, ma l’Europa intera.

Forse questo il motivo per cui nei disegni di Dio, la beatificazione di padre Marco è stata rimandata ai nostri tempi.

 

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