25 Febbraio 2002

Commenti di P.Davide Turoldo e Franco Solmi

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E’ UN’ARTE CHE NASCE DALLA CONTEMPLAZIONE
di P. Davide M. Turoldo

Padre Gobbo è un Servo di Maria che si è dedicato come ad una specie di apostolato alla missione della bellezza, alla ricerca della bellezza, del comunicare in segni ed in immagini al tempo presente quello che è il mistero eterno di Dio.
Perché è un religioso, e dirò anzi che è un religioso umile come è umile la sua pittura, in apparenza almeno: modesto in sé, e veramente friulano. Io lo chiamo il manovale; il manovale friulano e il migliore della terra. E non faccio per dire, perché l’ho visto dappertutto in giro per il mondo.

Ed ha l’umilta del manovale; in realtà invece è un artefice: soprattutto quando fa le vetrate, quando veramente scopre il noumeno delle cose; difatti sono appena adombrate.
E veramente sembra di umiltà, ma invece è semplicemente sincerità; è verità di rapporto con le cose, con la luce, col colore, ecc.
E’ uno che viene dai campi, è uno che viene dalla gente umile, viene da Bressa insomma; Bressa è alla periferia di Udine. Ed ha sempre lavorato in silenzio. Ha fatto mostre a Reggio Emilia, a Roma, a Bologna, a Milano, a Pesaro, ne ha fatte dappertutto.
E tutti i giornali ne hanno parlato e veramente ne hanno parlato bene. Anzi sintetizzavano il suo messaggio: il senso della fede espresso in bellezza, in grazia, proprio in umiltà.
E questo sia i suoi maestri, sia i suoi critici. Questo l’ho visto anch’io e ho visto l’aderenza fra quello che era la critica e la realtà dei quadri esposti.

Naturalmente lui ha fatto moltissime cose, ha moltissimi disegni allo stato di studio. c’e una Annunciazione per esempio che io col tempo vorrei avere, perché è veramente un turbinio di idee che suscita sia pure nell’umilta, con delle linee, poiché è un disegno, e uno studio: e più la si vede più ti parla. Siccome è un’arte che nasce dalla contemplazione, nasce proprio dall’intuito del mistero cristiano; è il mistero che diventa parola, diventa segno, diventa comunione. Questo è un elogio che dico, ma naturalmente va detto con tutto il rispetto.

Io non è che disprezzi niente anche quando faccio della polemica: finalmente una pittura che potrebbe stare sugli altari, che fa man bassa di tutte quelle iconografie così da celluloide, così sciocca, così bambinesca che infesta, che imperversa nelle nostre chiese. Anzi di lui parlano di un Beato Angelico moderno, nel tormento della vita moderna. Non può essere il paragone; come quando parlano di me come un Jacopone da Todi.
Ogni uomo è se stesso. Non si fanno questi accostamenti. Ogni uomo è nel suo tempo, ognuno di noi ha la sua faccia; quindi i paragoni servono se non altro dal punto di vista didascalico, e basta, come punti di riferimento, ma niente altro. Però, certo che noi altri, fino adesso, non abbiamo un’arte moderna religiosa. Guardate ad esempio quelle vetrate come stanno bene. Io le ho viste a s.Maria in Via a Roma, le ho viste veramente nella realtà.

Quando entro in questa Cappella sento subito l’invito alla contemplazione, l’invito alla serietà del mistero, alla partecipazione col mistero che si rappresenta e che diventa luce, diventa colore, dove la luce è come un spada che ti ferisce. E probabilmente se lui continua, perché è ancora giovane, potrebbe essere un indicatore di quello che può diventare l’ espressione dell ‘arte religiosa da ritornare anche sugli altari, e anche nelle chiese.

Perché fino adesso purtroppo c’e il divorzio tra l’arte e la Chiesa, tra l’arte e la grazia; e questo è il superamento del divorzio che si dovrebbe combattere. Abbiamo talmente cacciato fuori gli artisti dalla Chiesa che naturalmente non sanno piu niente di Chiesa. Invece rimettiamoli dentro la Chiesa: e a forza di sbagli, diceva il Bacchelli, ritroveranno la via, perché è la grazia che deve guidare la mano; e se noialtri li escludiamo dal flusso di questa grazia?

Quindi io non capisco veramente questo ostracismo rispetto all’arte moderna che esiste da parte della nostra, non dico Chiesa, ma dico mondo devozionale, perche dire Chiesa e dire un termine molto grave; ma da quel mondo devozionale in cui purtroppo comandano quelli che non hanno nessuna sensibilità artistica.
E questo è il male. La battaglia che può fare il P. Gobbo, ed è un altro friulano che fa veramente una battaglia da pioniere, è questa di riportare il senso della bellezza sui nostri altari.

Questo è l’augurio massimo che gli posso fare. Già nelle vetrate è arrivato. Potrebbe arrivare anche sugli altari. E come può stare nelle nostre chiese, così può stare anche nelle case, perché anche quello è un divario che va superato.
Non c’e diversità fra Chiesa e casa. La Chiesa non è altro che l’insieme delle case, della famiglia umana che spera, che prega, che soffre, che gode insieme. E tante volte un quadro sia nella Chiesa come nella casa è un conforto alla nostra stessa solitudine.

P. DAVID M. TUROLDO dei Servi di Maria


PARTECIPAZIONE ALLA VlTA DELL ‘UOMO COSMICO

di Franco Solmi

S’avverte nella pittura di Fiorenzo Gobbo un tumultuare, ma trattenuto, d’energia, quasi che, giunta al limite dell’esplosione, la forza pittorica che si esprime in ogni dipinto di questo artista inquieto cerchi di ricomporre in un ordine credibile la tensione dei sentimenti. Un moto circolare o ellittico coinvolge la materia dirompente, spesso aspra, e a volte – quando il peso dell’intenzione narrativa si fa più greve – quella tensione all’ordine di cui ho detto prende forma fino a farsi « figura ».

Saranno allora scene, ripetute fino all’ossessione, di maternità tutte terrene ove, del dettato proprio dell’iconografia consacrata restano rilievi di superficie, mentre al fondo tumultua l’umano con tutti i suoi scompensi, con tutte le sue inquietanti fratture.
Vien da pensare che Gobbo non voglia scoprire, forse neppure a se stesso, quel mondo senza umiltà in cui l’uomo – colto nella sua più sconfinata dimensione di materia animata – si fa momento cosmico, allusione concreta all’infinità; quel mondo, a mio avviso per cui, e in cui, la sua pittura si costruisce e acquista ciò che definiamo un
« senso ».

La stessa rapinosa furia del dipingere che s’indovina nel guizzo largo e sempre all’improvviso della pennellata, testimonia dell’urgere d’una volontà totalizzante e onnicomprensiva di cui la
« figura » è soltanto una proiezione in qualche modo leggibile, ma certamente non « necessaria », almeno dal punto di vista della costruzione della forma e dell’immagine pittorica.

Ne è un esempio il quadro, tutto una folgorazione semplicissirna, dedicato alla vicenda umano-divina dell’ Apostolo Paolo: toni cupi, e come un oscuro brontolare di elementi che s’aprono a bagliori accecanti in una atmosfera in cui, dell’uomo, resta soltanto ciò che viene travolto e, vorrei dire, cio che si dissolve in un incontro di pura energia. Insomma, quel che narrano i dipinti di questo artista non sono vicende rapportabili a un discorso di cronaca – e sia pure di cronaca sacra – ma illuminazioni improvvise o oscuri conflitti che s’aprono completamente alla comprensione dello spettatore nei termini spogli dell’astrazione pittorica.

Anche là dove, come nella grande « Crocifissione », il peso del racconto sembra avvertirsi di più, è sempre l’urto materico e cromatico, che domina, a dare all’opera peso di carne, di sangue e di sensi. Comunque la volontà costruttrice di Gobbo trattiene
sempre il quadro sull’orlo della esplosione definitiva, ed è come se l’artista volesse reprimere in se stesso l’ondata della « superbia creatrice » che non può mai veramente essere elusa da chi si dedica al fare arte.
Dove invece appare tutta l’umilta della ricerca è nei disegni; il filo del racconto vi si snoda lineare, in toni volutamente semplici ed immediati, purissimi. Qui non è più il senso panico a dar forza e peso al pennello, ma come una raccolta attenzione al « particulare » di cui la vita s’intesse e che può avere soltanto le forme di una istantanea.

La componente costruttiva, che si libera nei ritmi dell’astrazione, viene esaltata nelle grandi composizioni per vetrate di cui Fiorenzo Gobbo è artefice raffinato e potente. Quello che ho chiamato l’impeto dei sentimenti trattenuti sembra liberarsi, nelle grandi composizioni, su di uno spazio ritrovato, in cui l’artista può esprimersi con la serenità, e vorrei dire la certezza, di chi si realizza compiutamente nel gioco all’infinito di strutture e colori intessuti di luce; una luce non solo interiore e tormentata, ma avvertita come fenomeno esterno ed avvolgente in cui l’uomo, e tanto piu l’uomo artista, può riconoscersi in comunione con un universo non ostile.

Può darsi che padre Fiorenzo non condivida questa mia lettura che pone quasi in termini alternativi la sua pittura e il suo lavoro, più squisitamente architettonico, di grande « frescante » moderno: tuttavia mi sembra innegabile che nella grande dimensione si stemperi quel tanto di quasi « rabbiosa » ricerca di partecipazione alla vita dell’uomo cosmico che caratterizza la pittura di cavalletto, dando vita a immagini doloranti e senza serenità.

Non so in quale dei due momenti della sua personalità complessa Fiorenzo Gobbo ami di più riconoscersi, se in quello del tormento forzatamente « privato » o nell’apertura ad un universo di luce in cui il sentimento s’acquieta nel gioco universale delle grandi strutture luministiche.
Certo è che essi sono inscindibili, parti complementari di una figura d’artista che si costruisce nelle dimensioni, solo apparentemente contraddittorie, ma profondamente « umane », dell’angoscia dell’essere uomo e della « liberta » dell’essere poeta.

FRANCO SOLMI