30 Aprile 2006

Il sacerdozio artistico di Padre Fiorenzo Gobbo

da un articolo di Valerio Pilon apparso sul periodico “Arte Cristiana” dell’anno XCIV (832) Gennaio-febbraio 2006

Nel 2004 (marzo/aprile), in concomitanza con il convegno del Quarantesimo della Costituzione Liturgica Sacrosanctum Concilium “, nella torre Viscontea di Lecco, si è tenuta una grande mostra del pittore Fiorenzo Gobbo, frate della Congregazione dei Servi di Maria. II titolo della mostra era: ” Luce e colore della Grazia – il mistero della Vergine nell’arte di un suo servo”.
Dedicata a Giovanni Paolo II, allineava ben 170 opere.
Sono dispiaciuto di non aver potuto vedere questa mostra retrospettiva, senz’altro importante per una valutazione complessiva del lavoro di un artista operoso da più di cinquant’anni.

Nel 1969, tanto tempo è passato, su questa rivista è uscito un articolo su fra Fiorenzo Gobbo a cura del Sottoscritto. Le immagini e le considerazioni di quell’articolo, ricordo, si riferivano alle vetrate di una cappella della chiesa di S. Maria in Via di Roma ( 1960) e agli affreschi dell’atrio e del refettorio del convento di S. Carlo a Milano ( 1964) . Si accennava anche alla pittura di quadri devozionali per famiglia su vetro con foglia doro.

Frate e pittore Gobbo è legato, anche se indirettamente, alla Scuola Beato Angelico perchè nativo di Bressa (Ud) , come il più anziano pittore Ernesto Bergagna, che, senz’altro, contribuì alla sua giovanile vocazione artistica. Bergagna, il maestro che ha realizzato con stile alto e inconfondibile la pittura-preghiera dentro una rinnovata dignità liturgica, secondo l’ideale del fondatore della Scuola, Mons. Giuseppe Polvara.

Nonostante l’occasione perduta della mostra a Lecco, il materiale documentario spedito recentemente da fra Fiorenzo alla redazione di “Arte Cristiana”, riguardante gli interventi decorativi effettuati in edifici sacri negli ultimi 35 anni, è più che sufficiente per riproporre gli esiti del suo operato artistico.

Esiti in cui l’inevitabile ripetizione dei temi, il vincolo dei formati imposto dalle strutture architettoniche (tradizionali e moderne) , il rispetto delle tecniche scelte di volta in volta, anziché diminuire accrescono il suo estro inventivo. Osservando le numerose immagini dei vari cicli decorativi (la documentazione si limita alle vetrate) , si nota l’assenza di una cifra grafico-coloristica ripetitiva.

Le proporzioni della figura umana, il panneggio, la forma delle cose, la rappresentazione dello spazio non vengono considerate dal nostro artista dentro i canoni della verosimiglianza di tradizione classica; egli preferisce esprimersi in una forma che definirei “moderno medioevalprimitiva”.
Mentre numerosi artisti, trovata una maniera espressiva, si ripetono continuamente, il nostro non teme di adottare moduli espressivi differenti.

In tutta la sua opera è peraltro riconoscibile un’uguale sicurezza e forza e una altrettanto ricorrente sintesi disegnativa e cromatica. Nessun accademismo, metodo scolastico, canone proporzionale: le sue figure si presentano a noi con l’immediatezza dei disegni dei bambini. Sembra eliminato tutto il lavorio di mente e di mano che sta tra la idea schizzo e l’opera finita.

Anticlassico, la sua proposta formale contiene, piu che deformazioni di ascendenza espressionista, drastiche riduzioni degli elementi descrittivi de!le storie. La bellezza espressa senza piacevolezze o graziosità. Che le immagini siano semplici e significative: questo importa!

La meditazione e il lucido pensiero che le sottende e avvertibile soprattutto nelle originali soluzioni iconografiche. Iconografia e la materia da lui insegnata presso la facoltà di Teologia “Marianum” a Roma.
Ad esempio: la Colomba rossa che copre la Madonna (ripiena dj Spirito Santo) nella scena de!la Pentecoste. Colomba-Spirito Santo che, quasi sempre, possiede le dimensioni e l’imperiosità de!l’aquila.

Ne!la scena de!la Visitazione: la corporea presenza del Battista e di Gesù fanciu!lini, nel grembo di Elisabetta e di Maria. E ancora l’inserimento di Dio-Trinità ne!le Crocifissioni e nelle Deposizioni. Originali sono anche, ne!la figura
zione del Cristo crocifisso, i rombicunei rossi al posto dei chiodi e delle piaghe. La semplificazione formale spesso è estrema, affidata, nelle vetrate, a ritmi secchi, rettilinei, con recinti disegnativi neri di grosso spessore, ben oltre quello dei listelli di piombo, quasi si trattasse di esecuzioni in vetrocemento”.

Proprio in vetrocemento con “Dalles” è l’enorme vetrata (mq. 240) del 1970-72 nella chiesa di S. Maria dei Servi ad Ancona (figg. 1, 2, 3) , che nella sua fitta frammentazione cromatica produce l’effetto magico del caleidoscopio. L’astratta bellezza dei colori ha qui il sopravvento sulla riconoscibilità degli episodi e dei personaggi. Salvo rare eccezioni, la scelta dei colori operata dall’artista insiste più sul contrasto cromatico che sull’accordo tonale.

In tutte le vetrate successive a quelle della chiesa di S. Maria in Via
(Roma) , l’intensità del colore del vetro non viene mai diminuita da sfumature grigie; manca qualsiasi accenno volumetrico. Le poche variazioni di tono presenti appartengono a lastre di vetro non uniformi nella loro colorazione.

Il segno nero schietto del bistro serve solo a delineare teste, mani e piedi.
Nei visi (naso, occhi e bocca) , nelle mani e nei piedi le dita dichiarano la loro forma anatomica in modo elementare. La fisiognomica è inesistente: bocche e occhi sono, al massimo, aperti o chiusi. Solamente alle posture e ai gesti (anche questi assai contenuti), agli attributi e oggetti indispensabili è affidata la comprensione delle storie.
Abolita l’allusione alla tridimensionalità, ogni elemento viene ricondotto in superficie; personaggi e cose si dispongono su di essa con misure libere. Le composizioni sono spesso serrate.

I personaggi, compressi dentro lo spazio che li contiene (annullandolo) , assumono una singolare potenza. Nelle vetrate della cappel!a di Vil!a S. Maria dei cappuccini (figg. 4, 5) e del!a cappel!a del!a caserma di P.S. a Reggio Emilia (figg. 12, 13) fra Fiorenzo Gobbo esprime un vigore neo-romanico. Mi pare di intravedere in fra Fiorenzo una tendenza all’astrazione che non è facilmente accettabile da una committenza poco preparata. Sarà per questo che nel!a chiesa parrocchiale di Basaldella (vetrate del 1996 – fig. 18) si verifica il ritorno a una figurazione più tradizionale?

NeI caso di S. Giovanni in Persiceto ( manca la data di esecuzione) , le suore minime del!a Addolorata, per la cappel!a del!a loro casa madre, hanno acconsentito invece, caso abbastanza raro, ad una decorazione integralmente astratta (fig. 16). In queste vetrate, in vetrocamera, sorprendentemente sono stati aboliti i listelli di piombo, eliminando la consueta, evidente traccia disegnativa.

Il ritmo geometrico generale poi insiste solo su linee curve. Leggo del!a instancabile applicazione disegnativa, del!a quantità di bloc-notes accumulata da questo fervido artefice, purtroppo non palesata nel!a documentazione che vado considerando. L’osservazione del!e poche incisioni conferma nel Nostro una percezione e trascrizione delle forme senza il peso del chiaroscuro. Il segno, mai calligrafico, e agile, conciso, funzionale al!a rapida conquista del!a composizione.

Mentre frati e laici iconografi (che proliferano) attendono alIa produzione di icone in modo impersonale (da svariati anni le icone sono diventate di moda) , I’artista religioso Fiorenzo Gobbo continua a svolgere la sua missione di catechista pittore con proposte stimolanti e impegnative, in un linguaggio personale (soggettivo) che rifugge dal!a convenzionalità senza cadere in un soliloquio esclusivamente estetico (ermetico).

Certo I’arte di quest
o pittore non pretende il consenso universale, la sua accettazione sui versante formale richiede un gusto estetico coltivato. L’arte religiosa di fra F. Gobbo, superando la generica illustrazione, con la sincerità e la forza del suo accento, si trasforma in appassionata testimonianza.

Valerio Pilon